Amianto : Sentenze

La sentenza del Tribunale. Elettricista morto per amianto. Maxi risarcimento dal ministero

L’uomo, deceduto nel 2023, aveva lavorato per decenni nelle officine dell’Arsenale spezzino. Riconosciuto dal giudice Viani un ristoro di oltre 650mila euro alla vedova e alle due figlie.

Ha lavorato nell’Arsenale militare della Spezia per trentadue anni, la gran parte dei quali spesi come elettricista circuitista e installatore, a stretto contatto con materiali contenenti amianto. Un killer silenzioso che ha presentato il conto diversi decenni dopo, con il decesso dell’uomo – avvenuto a causa di mesotelioma pleurico – risalente all’estate di tre anni fa. Una morte per la quale il Tribunale civile della Spezia ha condannato lo stato a risarcire la vedova e le figlie dell’uomo, con oltre 650mila euro, ravvisando responsabilità del datore di lavoro in ordine alla mancanza di idonei strumenti di prevenzione del rischio, a fronte della riconosciuta nocività dell’ambiente per la diffusione di fibre di amianto liberate a causa dell’uso del materiale killer nelle officine dell’arsenale militare spezzino. “La nocività dell’ambiente di lavoro si deve quindi ritenere certa” si legge nella sentenza del giudice Marco Viani, arrivata al termine di un’istruttoria in cui è stata svolta anche una consulenza tecnica medico legale che ha accertato la correlazione tra il decesso e l’esposizione all’amianto dell’elettricista, addetto alla riparazione e installazione di impianti edapparecchiature elettroniche a bordo delle navi della Marina militare. “È stato esposto a rischio ambientale per inalazioni di polveri di amianto, durante i lavori di coibentazione eseguiti da altre maestranze. Pertanto il rischio lavorativo è certo ed ampiamente documentato. La diagnosi di mesotelioma pleurico era certa, ed è possibile affermare che la neoplasia era correlata all’esposizione all’amianto in forma diretta ed ambientale presso l’Arsenale della Spezia, e che la causa dell’exitus è sicuramente correlata al mesotelioma pleurico”. Non solo. Nella sentenza il giudice Viani ha evideziato che il datore di lavoro nel corso della causa “si è limitato a svolgere argomentazioni astratte sull’assenza, all’epoca dei fatti, di normative specifiche sulla prevenzione dei rischi da inalazione di fibre di amianto e sull’inesistenza di dispositivi idonei a prevenire la malattia, che però, alla luce dell’insegnamento giurisprudenziale, si devono ritenere prive di pregio”. Per questo motivo il ministero è stato condannato a risarcire con 225.824,67 la vedova e con 210.180,67 e 218.002,67 euro le due figlie dell’uomo.