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Amianto :Sentenze

Operaio morto d’amianto a Bagnoli, prescrizione per Schmidheiny: ma dovrà risarcire la famiglia

Il caso di Antonio Balestrieri, ex operaio Eternit. Medicina Democratica chiede che nell’ordinamento penale sia introdotto il reato di omicidio da lavoro

A Napoli nel quartiere di Bagnoli per 47 anni – dal 1938 al 1985 – ha operato uno stabilimento di produzione di Eternit, il materiale contenente amianto che è stato largamente utilizzato per decenni in virtù delle sue caratteristiche di resistenza al fuoco, di economicità e di plasmabilità.  Sebbene già negli anni Sessanta del Novecento ci fossero studi epidemiologici che ipotizzavano una relazione tra l’esposizione all’amianto e l’insorgenza di gravi patologie, in Italia solo nel 1992 fu approvata la legge che vietava la produzione e la commercializzazione di tale materiale. 

Restano come eredità di quella lunga stagione manufatti disseminati in ogni dove ed una lunga scia di decessi che hanno colpito chi lavorò negli impianti dove si produceva amianto e talora anche i familiari degli operai, che furono contaminati dalla polvere delle tute dei congiunti. Anche a Napoli ci sono stati morti per amianto. 

Antonio Balestrieri, un ex operaio della Eternit, si è spento nel 2009 per mesotelioma. Della vicenda sua e di altri ex lavoratori della Eternit di Bagnoli – ma per questi ultimi non si è arrivati al giudizio – si è occupata alcuni anni fa la Procura della Repubblica partenopea, nell’ambito di una inchiesta che era una costola del procedimento principale relativo allo stabilimento Eternit di Casale Monferrato, in Piemonte. 

La vicenda giudiziaria napoletana si è conclusa adesso in Corte di Assise di Appello di Napoli con la prescrizione a carico di Stefan Ernst Schmidheiny, l’imprenditore svizzero proprietario di vari stabilimenti della Eternit in Italia. 

La Corte di Assise di Appello ha però confermato le statuizioni civili a carico di Schmidheiny, il quale dovrà dunque risarcire i familiari del suo ex operaio, e lo ha condannato alla refusione delle spese processuali a favore delle parti civili, tra le quali la Cgil, Medicina Democratica, l’Osservatorio Nazionale Amianto, l’associazione familiari e vittime amianto. 

Schmidheiny potrà ricorrere in Cassazione – ed il suo portavoce ha annunciato che lo farà – per chiedere la piena assoluzione. «La prescrizione era inevitabile – commenta l’avvocato Bartolo Senatore, che ha patrocinato nel processo Medicina Democratica – da quando, nel corso del lungo procedimento penale, l’ipotesi di reato era stata riqualificata da omicidio volontario ad omicidio colposo». 

Con riferimento alla sentenza che ha decretato la prescrizione, Medicina Democratica, tramite il suo vicepresidente nazionale Paolo Fierro, chiede che nell’ordinamento penale sia introdotto il reato di omicidio da lavoro. 

Secondo l’associazione questo aiuterebbe ad evitare che per processi come quello dell’Eternit la mannaia della prescrizione impedisca di arrivare ad un accertamento di innocenza o di colpevolezza. Fierro sostiene poi che il problema del recupero ambientale a Bagnoli è ancora irrisolto.

«Le conseguenze drammatiche delle mancate bonifiche – sottolinea – sono evidenti. Il registro tumori dell’Asl Napoli 1 evidenzia nel quartiere il picco di mortalità per carcinoma ovarico e mesoteliomi rispetto al dato della città di Napoli ed a quello nazionale. I casi di morte per mesotelioma a Bagnoli sono 2,3 per 100.000, mentre sul piano nazionale sono 0,08 per 100.000 abitanti».

Amianto :Sentenze

Ex Ilva, la Cassazione conferma lo stop: 2.140 tonnellate di amianto negli impianti

Amianto, inquinamento e rischi sanitari al centro della sentenza della Cassazione sull’ex Ilva. Primo cittadino e sindacati chiedono risposte su bonifiche, produzione e occupazione

La produzione nell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto deve fermarsi: la Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi presentati da Ilva e Acciaierie d’Italia contro il provvedimento che impone lo stop alla parte centrale dello stabilimento siderurgico. La decisione delle Sezioni Unite Civili conferma il decreto della Corte d’Appello di Milano del 27 luglio, che aveva concesso all’azienda 90 giorni per adeguarsi

Al centro della sentenza, le conseguenze dell’inquinamento industriale sulla salute dei cittadini e la presenza di amianto negli impianti. La Cassazione ribadisce che la libertà d’impresa non può essere esercitata a danno della salute e dell’ambiente, senza però ignorare la necessità di tutelare il lavoro e l’occupazione.

Ex Ilva, la Cassazione: “Il lavoro deve essere salubre e sicuro”

Nel provvedimento, le Sezioni Unite richiamano il principio secondo cui i diritti alla vita, alla salute e a un ambiente sano godono della massima tutela costituzionale. Un orientamento rafforzato dalla riforma degli articoli 9 e 41 della Costituzione, che riconoscono la tutela dell’ambiente e stabiliscono limiti precisi all’iniziativa economica privata.

“Il massimo livello di tutela apprestato dalla Carta costituzionale alla vita, alla salute e all’ambiente […] è un dato acquisito”, scrivono i giudici.

La Corte affronta anche il rapporto tra salute e occupazione, due diritti che non possono essere considerati necessariamente in conflitto. “Il diritto al lavoro che lo Stato deve promuovere è un diritto al lavoro salubre e sicuro”, si legge nella sentenza, che esclude la possibilità di mantenere un’attività produttiva imponendo ai lavoratori condizioni pericolose per la loro salute.

Il bilanciamento tra interessi economici, occupazionali e sanitari, secondo la Cassazione, deve quindi rispettare i diritti fondamentali e tradursi in politiche economiche e sociali adeguate.

Amianto e polveri sottili: i rischi per la salute a Taranto

Tra gli elementi decisivi del provvedimento c’è la presenza di 2.140 tonnellate di amianto all’interno dei cowpers degli altiforni, utilizzato come isolante termico. Si tratta di una sostanza la cui pericolosità è ampiamente documentata e che, secondo la normativa europea richiamata dai giudici, è associata a patologie come asbestosi, mesotelioma e diversi tipi di tumore.

La Cassazione sottolinea che l’autorizzazione integrata ambientale del 2017 prevedeva la rimozione totale dell’amianto entro il 23 agosto 2023. La scadenza, osservano i giudici, dimostra che le autorità avevano già riconosciuto il rischio e individuato nella rimozione la misura più adeguata per prevenirlo. Negli anni, 6.780 tonnellate di amianto erano già state smaltite.

A preoccupare è anche la permanenza di impianti e sistemi produttivi rimasti sostanzialmente immutati per decenni, con un progressivo deterioramento delle strutture che contribuisce a mantenere attuale il rischio.

La sentenza richiama inoltre gli effetti sulla salute di diversi inquinanti atmosferici, tra cui il particolato PM10 e PM2,5, il biossido di zolfo e gli ossidi di azoto. I giudici citano anche la nuova direttiva europea sulla qualità dell’aria, approvata nell’ottobre 2024 e da recepire entro l’11 dicembre 2026, che introduce limiti più severi per gli inquinanti atmosferici, in linea con le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Le reazioni: i cittadini esultano, il sindaco chiede alternative

La decisione è stata accolta con soddisfazione dalle associazioni che si sono battute per la tutela della salute dei tarantini. “La vita dei tarantini è importante anche per i giudici della Cassazione. Abbiamo vinto!”, ha scritto sui social l’associazione Genitori Tarantini, che ha sostenuto l’azione giudiziaria di 11 cittadini, tra cui un ragazzo di 13 anni affetto da una rara malattia genetica.

Il Codacons, che si è costituito in giudizio, ha definito la sentenza “una decisione storica”, sottolineando il riconoscimento dei rischi gravi per la salute e la necessità di una tutela ambientale effettiva.

Il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, ha invece richiamato l’urgenza di individuare una prospettiva economica per il territorio. “Il verdetto della Cassazione ci restituisce l’urgenza di lavorare alle alternative economiche e produttive che abbiamo più volte richiesto al Governo”, ha dichiarato.

Per il primo cittadino, la chiusura dell’area a caldo impone di accelerare le bonifiche, per evitare che gli impianti fermi diventino a loro volta un rischio per la salute pubblica, e di garantire risposte occupazionali ai dipendenti diretti e dell’indotto. “Taranto non può essere lasciata da sola”, ha aggiunto, chiedendo al Governo interventi che vadano oltre le misure già adottate.

Il futuro dell’ex Ilva resta aperto

La pronuncia della Cassazione conferma il provvedimento giudiziario che impone lo stop all’area a caldo, ma non risolve il problema del futuro produttivo e occupazionale dell’ex Ilva.

Il nodo riguarda non soltanto Taranto, ma anche gli altri stabilimenti collegati alla filiera siderurgica. La decarbonizzazione, gli investimenti e l’individuazione di un soggetto industriale in grado di sostenere la produzione diventano quindi elementi centrali del confronto con il Governo. La sentenza stabilisce i limiti entro cui l’attività economica può svolgersi

Amianto :Sentenze

Soriano nel Cimino, tumore legato all’amianto: riconosciuti 200mila euro alla vedova

Amianto nelle officine COTRAL, meccanico muore di tumore: la vedova vince contro l’INAIL dopo dieci anni
Sentenza definitiva della Corte d’Appello di Roma: alla donna riconosciuti 200mila euro

NewTuscia – Roma, 22 ottobre 2026 – Per quasi dieci anni ha portato avanti una battaglia giudiziaria per ottenere il riconoscimento della malattia professionale che aveva causato la morte del marito, ex meccanico COTRAL. Una battaglia iniziata dopo il dolore della perdita e proseguita nonostante il primo rifiuto dell’INAIL e una sentenza sfavorevole del Tribunale di Viterbo. Oggi, una donna di 80 anni, residente a Soriano nel Cimino, in provincia di Viterbo, ha ottenuto giustizia dalla Corte d’Appello di Roma, che con una sentenza appena diventata definitiva ha riconosciuto l’origine professionale del tumore ai polmoni che nel 2016 aveva ucciso il coniuge.

L’uomo, anche lui di Soriano nel Cimino, aveva lavorato per 24 anni, dal 1976 al 2000, nella manutenzione dei mezzi COTRAL, in particolare sulla linea Roma–Viterbo. Ogni giorno interveniva su freni, guarnizioni e componenti meccaniche contenenti amianto, lavorando materiali che liberavano fibre e polveri nell’aria delle officine.

All’inizio del 2016 erano comparsi i primi problemi respiratori, accompagnati da forte stanchezza e perdita di appetito. Gli accertamenti avevano rivelato un carcinoma neuroendocrino polmonare. Il 29 settembre dello stesso anno l’uomo era morto, a 71 anni, nel suo paese d’origine.

Da quel momento, per sua moglie è cominciata un’altra battaglia. Convinta che la malattia fosse legata al lavoro svolto per tanti anni dal marito, la donna aveva chiesto all’INAIL il riconoscimento dell’origine professionale del tumore. La domanda era stata respinta e neppure il successivo ricorso al Tribunale di Viterbo aveva avuto esito favorevole.
Ma la vedova non si è arresa. Assistita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, ha impugnato la decisione, portando il caso davanti alla Corte d’Appello di Roma.

La sentenza, oggi definitiva, ha ribaltato la precedente decisione, riconoscendo il collegamento tra l’esposizione all’amianto e la malattia che aveva provocato la morte del lavoratore. Determinante è stata la consulenza tecnica, che ha individuato proprio nel periodo di servizio presso COTRAL l’esposizione responsabile della patologia.

La Corte ha ribadito anche un principio importante per tutte le vittime dell’amianto: quando è accertata l’esposizione professionale e la malattia rientra tra quelle riconosciute dalla normativa, non spetta ai familiari dimostrare che il tumore non abbia avuto altre cause. È l’INAIL a dover fornire un’eventuale prova contraria.
La decisione riconosce alla vedova il diritto alla rendita ai superstiti e alle ulteriori prestazioni previste dalla legge, per un valore economico complessivo di circa 200mila euro (stima ONA).

«Questa vicenda racconta la determinazione di una donna che non ha accettato che la morte del marito restasse priva di un riconoscimento. Una donna che, dopo aver condiviso una vita con il suo compagno, ha scelto di difenderne la memoria e i diritti, affrontando un percorso giudiziario lungo e complesso – dichiara l’avvocato Bonanni –. È una storia che richiama l’attenzione anche sui rischi ai quali sono stati esposti per decenni i lavoratori della manutenzione automobilistica e ferroviaria, spesso a contatto con materiali contenenti amianto, le cui conseguenze sulla salute possono manifestarsi molti anni dopo».

Amianto, nuova condanna per la Marina militare. Presunte boniche fasulle, sindacati parti civili

La Forza Armata  si opponeva in tribunale  sostenendo  che la morte fosse dovuta alle conseguenze di  un ictus cerebrale.  

 La Spezia – Per 37 anni ha lavorato in Marina. Arruolato nel 1955, congedato nel 1992. Nel 2019 gli hanno diagnosticato un cancro ai polmoni, in stadio avanzato. È mancato poco dopo. La famiglia ha dimostrato che era stato «continuativamente esposto a fibre di amianto, durante il servizio». E il Tribunale ha concesso i benefici di legge alla vedova e ai figli.

La strage

È l’ennesima sentenza spezzina che riconosce gli effetti devastanti dell’esposizione ad amianto. È la conferma del triste “primato” di un territorio che continua a pagare un prezzo altissimo, per decenni di mancata tutela dei lavoratori. La storia ricalca quella di tutti quei dipendenti militari e civili che hanno respirato le fibre, pericolosissime, senza essere protetti.

L’amianto colpisce dopo anni. Miete vittime fra chi ha lavorato nella cantieristica, nell’industria, in Arsenale e su navi militari. Era tutto imbottito d’amianto. Sono state necessarie battaglie di anni per accertare la presenza della fibra sui posti di lavoro. Le sentenze sono ormai quasi tutte a favore delle famiglie.

Si sapeva 

Le condanne vengono emesse perché viene accertato che ad alti livelli lo Stato era a conoscenza del pericolo ma non intervenne. E, dove intervenne, non ci fu una immediata operazione di tutela dei lavoratori.

In sintesi, continuarono a prestare servizio senza mascherine e guanti, senza sapere che la polvere respirata poteva uccidere. Il sottufficiale per cui gli eredi hanno ottenuto giustizia, aveva un adenocarcinoma polmonare stadio IV B, con gravissime metastasi. Era in congedo ma l’amianto uccide anche dopo 30 o 40 anni.

Lo  scontro 

La causa è stata curata dall’avvocata Sandra Biglioli, che affianca l’associazione Afea, fondata da Pietro Serarcangeli alla Spezia, per assistere le famiglie delle vittime. La Marina non ha potuto negare il nesso fra servizio e malattia, a fronte della presenza di placche pleuriche che rappresentano una firma della presenza di fibre killer nei polmoni. Si è però opposta per due motivi.

Primo, la causa della morte del marinaio era stata, alla fine, un ictus ischemico cerebrale. Secondo, non si poteva parlare di «invalidità permanente», in quanto la malattia era «ancora in stato di aggravamento e non stabilizzata». La Corte non ha condiviso.

La sentenza 

Sulla base anche della perizia commissionata ad un consulente esperto, la Corte ha obiettato che fin dal momento della diagnosi era subentrato «un deterioramento permanente e di estrema rilevanza delle condizioni di salute del marinaio», costretto ad sottoporsi ad un duro trattamento oncologico.

Era purtroppo «una compromissione grave e non reversibile». In quanto alla malattia, «anche se è ancora “solo” in peggioramento, configura già un danno permanente» se stravolge la vita. E, purtroppo, il militare non si riprese più, morì la settimana di Natale, all’ospedale Sant’Andrea.

Testimoni 

È caduto il muro di silenzio opposto inizialmente dai dipendenti della Difesa. Spinti da spirito di servizio, molti tacevano sulle condizioni degli ambienti di lavoro. Recenti testimonianze di militari spezzini hanno confermato di fronte ai giudici che «a bordo delle navi vi erano centinaia di chilometri di tubazioni coibentate d’amianto».

Le fibre «entravano in ogni locale, mense, servizi, dormitori, cabine, cucine». In navigazione, «con le forti vibrazioni, le polveri si disperdevano nell’aria, e i sistemi di ventilazione le trasportavano in ogni dove». I testimoni hanno ribadito che «nessuno dei superiori si era preoccupato di renderci edotti sulla pericolosità dell’inalazione delle fibre d’amianto né di fornirci dispositivi di protezione individuali». Non c’erano cartelli «che avvertissero della presenza di amianto e di polveri o che imponessero l’uso di protezioni».

Amiantopoli 

Due sindacati nazionali hanno depositato la richiesta di costituzione quali parti lese all’udienza preliminare sulla presunta “amiantopoli” spezzina. Uno è il Sindacato dei Militari, assistito dall’avvocato Piero Santantonio, fondato da Luca Marco Comellini, che intende costituirsi «per la tutela della salute e della sicurezza dei militari in servizio». L’altro è il Siulm, rappresentato dagli avvocati Mimmo Lardiello e Serena Visconti, che auspica si faccia «piena luce sull’eventuale esposizione del personale a rischi per la salute». All’esito di una lunga inchiesta, il pubblico ministero Elisa Loris ha depositato 17 richieste di rinvio a giudizio, per più episodi opachi che sarebbero avvenuti dal 2017 in poi in Arsenale.

Bonifiche 

Il caso è all’attenzione della giudice Marinella Acerbi. Uno dei filoni verte su bonifiche di componenti in amianto attestate che sarebbero state dichiarate «eseguite», ma che in realtà sarebbero state incomplete o non fatte o con uso di componenti non conformi. Per risanare o sostituire 2612 interruttori e altri componenti di sistemi di combattimento, lo Stato aveva versato oltre 2 milioni.

Se fosse accertato che le bonifiche non erano state correttamente eseguite potrebbero esserci stati militari esposti al rischio amianto, sulle navi Grecale, Scirocco, Vesuvio, Numana, Milazzo, Libeccio, Gaeta, Viareggio, Chioggia, Termoli, Maestrale, Sapri, Anteo. —

Amianto : Sentenze

Morto di tumore, “esposizione all’amianto non provata”. Gli eredi perdono la causa

La Spezia. Il consulente: “I dati sembrano individuare una correlazione”. I giudici: “L’uso del condizionale non è garanzia di affidabilità”

La Spezia – Battaglia legale dei familiari di un sabbiatore portuale spezzino, mancato nel 2021 all’età di 72 anni a causa di un tumore al colon. La famiglia sostiene che abbia avuto un peso, nell’aggravamento e nella morte del proprio caro, quella pericolosa esposizione all’amianto che già aveva determinato purtroppo altre malattie pesanti, a partire da un problema respiratorio, inizialmente indicato come silicosi, riclassificata poi in asbestosi, evoluto poi in tumore polmonare. Il lavoratore se n’è andato a causa del cancro al colon.

In primo grado, alla Spezia, il Tribunale del lavoro ha ritenuto che fosse correlato, quantomeno come concausa, all’esposizione lavorativa all’amianto, che è stata accertata. Inail ha impugnato la sentenza, sostenendo che la valutazione del consulente fosse «generica e imprecisa, non supportata da dati strumentali e scientifici idonei a confermare la correlazione».

Ed ora la Corte di Appello di Genova ha ribaltato il giudizio. Si andrà, molto probabilmente, in Cassazione, a fronte di valutazioni così contrastanti. In primo grado, il consulente tecnico incaricato dalla Corte aveva scritto che la morte era «da porsi in relazione causale con l’aggravarsi della neoplasia del colon retto di cui era portatore in vita, la cui genesi era però da ricondursi anche alla prolungata esposizione all’asbesto durante la vita lavorativa». Non aveva avuto dubbi.

Inail ha sostenuto che dagli studi della letteratura internazionale emerga solo la possibilità di «una debole correlazione con l’amianto». La Corte di appello ha insistito sul fatto che il nesso di causalità non possa «essere oggetto di semplici presunzioni, tratte da ipotesi tecniche teoricamente possibili».

Pertanto, ha ritenuto necessario il rinnovo della consulenza tecnica d’ufficio di primo grado, che aveva affermato il nesso di concausalità tra il tumore del colon e l’esposizione lavorativa ad amianto.

Il consulente ha affermato che «numerosi studi hanno evidenziato un aumento del rischio di tumori del colon retto, dello stomaco e dell’esofago in persone esposte all’amianto» e ha citato un contributo dal quale «emerge l’esistenza di una debole, ma positiva, associazione tra esposizione di cancro colon rettale».

E ha concluso di nuovo di «ritenere di potersi esprimere favorevolmente su una possibile correlazione tra amianto e neoplasia» del sabbiatore spezzino.

Il collegio, tuttavia, ha insistito ancora e ha disposto l’acquisizione di chiarimenti da parte del consulente circa le conclusioni “favorevoli”, costituite secondo il giudice «da un giudizio di mera possibilità e non probabilità qualificata».

All’esito di nuovi passaggi su «nuovi studi da cui emergerebbe un aumento di mortalità da cancro del colon retto nelle coorti con alto rischio di cancro polmonare», il consulente ha quindi formulato le nuove conclusioni. «L’analisi dei dati al momento disponibili sembra individuare una preponderanza statistica sempre più favorevole alla correlazione tra esposizione ad amianto e carcinoma del colon retto. Il caso specifico potrebbe riflettere una probabilità qualificata sufficiente per riconoscere la sussistenza del nesso causale».

La Corte ha sottolineato che l’uso del condizionale «non offre adeguate garanzie di affidabilità, anche alla luce del grado di diffusione della patologia nella popolazione generale». E ha ritenuto di dare maggior peso alla documentazione medica del lavoratore, che «già nel 2005 era affetto da obesità e dichiarava il consumo giornaliero di un litro di vino, oltre che la pregressa abitudine al fumo di entità particolarmente rilevante». È stato citato «l’aggiornamento dell’elenco europeo delle malattie professionali».

Scrive il giudice che «sulla scorta delle migliori evidenze e conoscenze scientifiche disponibili, il tumore del colon e del retto è stato inserito nell’elenco delle malattie di “sospetta” origine professionale e non in quello delle malattie professionali correlate all’amianto». —

Amianto sulle navi della Marina, 17 imputati nell’inchiesta spezzina: due sindacati chiedono di partecipare al processo

Diciassette persone coinvolte e due filoni d’indagine, uno relativo alla gestione di aree demaniali militari e l’altro alle bonifiche dall’amianto su 15 unità navali della Marina militare. È il procedimento penale al centro dell’udienza preliminare che si è svolta il 13 ottobre al Tribunale della Spezia, nel quale la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio degli indagati. Tra le contestazioni figurano presunte false attestazioni, irregolarità nelle bonifiche, falsificazione di certificazioni e corruzione. Nel procedimento sono coinvolti ufficiali e funzionari della Marina, oltre a imprenditori, amministratori e dipendenti di società appaltatrici.

Il primo filone riguarda le permute di aree del demanio militare, in particolare il Capannone 61 e il Piazzale Martellotta. Secondo le ipotesi accusatorie riportate nella documentazione, false attestazioni di una condizione di “urgenza qualificata” avrebbero consentito a soggetti privati di occupare anticipatamente spazi militari. Le condotte contestate avrebbero comportato un danno per l’Erario e violazioni delle norme urbanistiche e delle procedure per la dismissione e l’utilizzo del patrimonio pubblico.

Il secondo filone riguarda invece le bonifiche dai materiali contenenti amianto effettuate su 15 unità navali. L’ipotesi della Procura è che i materiali pericolosi non siano stati rimossi correttamente e che siano stati installati componenti non certificati o non conformi, con una successiva copertura delle lavorazioni attraverso documentazione tecnica artefatta e false certificazioni di avvenuta bonifica. A un ufficiale superiore viene contestato di aver ricevuto somme di denaro mensili in cambio dell’omissione dei controlli e della facilitazione dei pagamenti alla ditta esecutrice, nell’ambito di un’ipotesi di corruzione.

Le unità interessate dalle presunte irregolarità sono le navi Grecale, Scirocco, Vesuvio, Numana, Milazzo, Libeccio, Gaeta, Chioggia, Termoli, Maestrale, Sapri, Anteo, Viareggio e Bersagliere, oltre al bacino galleggiante GR-J 524.

Nel procedimento sono coinvolte anche due organizzazioni sindacali militari, entrambe indicate come persone offese. Il Sindacato dei Militari, rappresentato dal segretario generale Luca Marco Comellini, è assistito dall’avvocato Piero Santantonio, del Foro di Forlì-Cesena. Il Siulm Marina ha invece presentato richiesta di costituzione di parte civile in occasione dell’udienza preliminare del 13 ottobre, attraverso gli avvocati Mimmo Lardiello e Serena Visconti. La richiesta dovrà essere valutata nell’ambito del procedimento.

La vicenda dell’amianto sulle navi militari era già arrivata al centro di una controversia sull’accesso agli atti nel gennaio 2020. Il 7 gennaio di quell’anno Comellini – riporta il Sindacato dei Militari – aveva presentato al ministero della Difesa e allo stato maggiore della Marina un’istanza di accesso civico generalizzato per ottenere la mappatura dell’amianto sulle unità navali, sui sommergibili e negli Arsenali militari marittimi della Spezia, Taranto, Augusta e Brindisi. L’amministrazione aveva accolto solo parzialmente la richiesta per quanto riguardava gli arsenali e aveva negato l’accesso alla documentazione sulle navi e sui sommergibili, richiamando esigenze di riservatezza e sicurezza nazionale, oltre all’ampiezza della richiesta

l 13 febbraio 2020 il sindacato aveva chiesto il riesame del diniego, confermato il 4 marzo dal responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza del ministero della Difesa. La questione era stata sottoposta anche all’Anac, in relazione alla mancata pubblicazione delle mappature nella sezione dedicata alle informazioni ambientali. Il ministero aveva sostenuto che quei documenti non rientrassero negli obblighi di pubblicazione previsti dalla normativa sulle informazioni ambientali.

A distanza di oltre sei anni, la vicenda è approdata al procedimento penale che dovrà accertare le contestazioni relative alle aree demaniali e alle lavorazioni sulle unità navali.

Amianto, risarcimento a Lecce per il figlio di un ex militare della Marina

Il Tribunale di Lecce ha condannato il Ministero della Difesa a risarcire con 138.801 euro, oltre interessi, un orfano napoletano per la perdita del padre, ex militare della Marina Militare morto di mesotelioma pleurico.

Lo rende noto l’Osservatorio Nazionale Amianto.
    Originario anch’egli di Napoli, l’uomo aveva prestato servizio presso la base navale di Taranto e a bordo della nave Sagittario, con mansioni di fuochista e motorista navale, entrando in contatto con materiali contenenti amianto, all’epoca largamente utilizzati negli ambienti e negli impianti militari.

Durante il servizio, svolto tra il 1958 e il 1960, il militare era entrato in contatto con le fibre di amianto senza adeguate protezioni.
    Tra gli elementi emersi nella ricostruzione dell’esposizione figura anche l’utilizzo di una pezza di amianto in dotazione insieme al mitragliatore, a testimonianza di quanto il materiale fosse presente nelle attività quotidiane a bordo. Le conseguenze di quell’esposizione si sono manifestate dopo oltre cinquant’anni, quando l’uomo ha sviluppato un mesotelioma pleurico, una grave neoplasia che ne ha provocato la morte nel novembre 2016.

 Il giudice ha riconosciuto il collegamento tra l’esposizione e la patologia, accertando la responsabilità del Ministero della Difesa per la mancata adozione di adeguate misure di protezione e per l’assenza di informazioni sui rischi ai quali il militare era esposto. La sentenza, passata in giudicato, riconosce al figlio il risarcimento del danno non patrimoniale subito per la perdita del padre.
    “Il risarcimento ottenuto dal figlio rappresenta un riconoscimento concreto del danno subito per la perdita del padre. È una decisione importante anche per le tante famiglie che continuano a confrontarsi con le conseguenze dell’amianto e con percorsi giudiziari spesso lunghi e complessi”, dichiara l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto e legale della famiglia.

Amianto:Sentenze

Lavorò 6 anni nell’ex Ilva, riconosciuto il nesso tra il tumore al colon e l’esposizione all’amianto

La giudice del lavoro di Taranto nella sentenza cita i danni legati all’esposizione alle pericolose fibre. Ma nel caso dello stop dell’area a caldo, il procuratore generale della Cassazione ha ritenuto i pericoli per la salute solo “presunti”

Morì per l’esposizione all’amianto, la moglie vince la sua battaglia di giustizia

Il tribunale di Potenza ha condannato l’Inail a risarcire la vedova di un operaio che si ammalò dopo anni di lavoro a contatto con il minerale cancerogeno

POTENZA – Nella Giornata nazionale dedicate alla vittime sul lavoro, una storia di giustizia arriva da Potenza. Dopo dieci anni di battaglia, una vedova lucana ha ottenuto verità giudiziaria per il marito, morto nel 2018 a causa di un mesotelioma pleurico provocato dall’esposizione all’amianto durante il lavoro. È definitiva la sentenza del Tribunale di Potenza che riconosce l’origine professionale della malattia e condanna l’Inail a versare circa 150mila euro per le somme maturate durante la malattia e una rendita ai superstiti di circa 1.500 euro mensili, oltre alle maggiorazioni del Fondo Vittime dell’amianto. Le cifre sono stime dell’Osservatorio Nazionale Amianto (Ona).

L’uomo aveva iniziato a lavorare a soli 17 anni nelle fonderie Fiat di Mirafiori, a Torino. Successivamente, come autista, aveva trasportato materiali in amianto prodotti dalla Fibronit di Bari, continuando a movimentarli anche presso la cementifera Sami. Per oltre sedici anni era stato esposto al cancerogeno.

Dopo due rigetti delle richieste da parte dell’Inail, la moglie, originaria di Marsico Nuovo e residente a Marsicovetere, si è rivolta nel 2021 al Tribunale, assistita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Ona.

«La giustizia è arrivata, anche se dopo dieci anni. Una sentenza che restituisce alla donna un diritto e rende giustizia alla memoria del marito», ha dichiarato Bonanni.

Respira amianto alla Fiat di Mirafiori per 11 anni, poi il mesotelioma. Inail condannata

L’operaio aveva avviato la battaglia contro l’Inail, poi portata avanti dalla vedova dopo il decesso. La sentenza è diventata definitiva

L’Inail (istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro) è stato condannato a versare una rendita mensile di circa 1.500 euro e arretrati per circa 150mila euro alla vedova di un ex operaio dello stabilimento Fiat a Mirafiori, morto di tumore dopo aver respirato amianto. La sentenza del tribunale di Potenza, datata giugno 2026, è ora diventata definitiva. 

La famiglia della vittima è stata seguita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’osservatorio nazionale amianto, che commenta: “La giustizia è arrivata, anche se dopo dieci anni, perché una vedova ha trovato la forza di portare avanti da sola la battaglia iniziata insieme a suo marito. Questa sentenza restituisce alla donna un diritto e, insieme, rende giustizia alla memoria del lavoratore. La tutela delle vittime dell’amianto deve essere concreta e tempestiva, perché dietro ogni pratica ci sono persone, famiglie e vite che non possono aspettare”. 

Aveva appena 17 anni quando, nel giugno del 1958, aveva iniziato a lavorare nello stabilimento Fiat di Mirafiori a Torino. Per oltre undici anni era stato operaio nelle fonderie di ghisa e metalli pesanti, dove era stato esposto all’amianto. Un’esposizione professionale che, secondo quanto accertato dal Tribunale di Potenza, è stata collegata al mesotelioma pleurico che lo ha portato alla morte nel 2018. Successivamente, era stato a contatto con sostanze cancerogene anche lavorando come autista per una società di Bari e in un’azienda cementifera. 

Nel 2016 gli era stato diagnosticato un mesotelioma e lui, poco dopo, aveva chiesto all’Inail il riconoscimento della malattia professionale. Inizialmente, la documentazione sull’esposizione all’amianto era stata ritenuta insufficiente per accedere al fondo dedicato alle vittime dell’amianto. Dopo la morte del lavoratore, la vedova ha portato avanti la battaglia legale, rivolgendosi al tribunale di Potenza, dove risiede adesso. Nel corso del processo, gli accertamenti hanno dimostrato il nesso causale tra l’esposizione all’amianto e il tumore. 

Muore nel Reggiano per esposizione all’amianto negli anni ’70

Si è spento Vittorio Manicardi a Correggio, una vita al servizio della Cgil: “pochi mesi di lavoro alla Cemental negli anni ’70 gli sono stati fatali”, scrive l’Afeva. Nella provincia si sono contati, nel tempo, 586 malati di mesotelioma

Ennesima morte di un lavoratore per amianto. Lo denuncia l’associazione familiari e vittime amianto dell’Emilia-Romagna (AFeVA), spiegando che Vittorio Manicardi, scomparso oggi, 12 ottobre, a Correggio, provincia di Reggio Emilia, è morto in seguito alla contrazione del mesotelioma, a causa dell’esposizione ad amianto: “pochi mesi di lavoro alla Cemental negli anni ’70 gli sono stati fatali”, scrive l’associazione, riferendosi all’azienda di Correggio dove fino al 1989 si è lavorato il cemento-amianto.

A Reggio Emilia 586 lavoratori nel tempo hanno contratto il mesotelioma

A Reggio Emilia, prosegue l’associazione, “sono stati ad oggi 586 i lavoratori che hanno contratto il mesotelioma, lavoratori della Cemental, dell’Eternit, delle Reggiane, delle Gallinari, uomini e donne che lavoravano nella filiera dei Manufatti di Cemento Amianto, nelle Officine Ferroviarie, cittadini che hanno contratto la malattia perché vivevano nelle vicinanze degli stabilimenti, come ricorda lo stesso Vittorio che viveva a Correggio, familiari contaminati dagli abiti di lavoro”. Dopo avere lavorato come metalmeccanico, Manicardi è stato un militante della Cgil e negli ultimi anni dell’Associazione familiari e vittime amianto regionale.

Il cordoglio della Camera del Lavoro e dello Spi Cgil di Reggio Emilia 

Aveva 80 anni. Il suo impegno sindacale, che ha attraversato quasi tutto l’arco della sua vita, lo ha portato a ricoprire incarichi nella Federbraccianti (a livello provinciale e regionale), nella Flai e nelle Camere del Lavoro di Guastalla e Correggio. È stato per anni presidente del Cda della società fiscale Teorema e componente della Assemblea Generale del Sindacato provinciale dei pensionati Spi.

“Vittorio ha combattuto fino all’ultimo – ricorda il segretario generale della Camera del Lavoro, Cristian Sesena – e fino all’ultimo ha partecipato alla vita della Cgil, non mancando mai di offrire a tutti noi il suo contributo di analisi e la sua passione. Ci mancherà”.

La sua ultima parte di militanza si è svolta nel sindacato pensionati Spi Cgil.
“Una grave perdita per tutta la nostra federazione – ci dice la neo eletta segretaria generale Spi Elena Strozzi –. Mancheranno i suoi modi garbati, il suo sostegno a tutte le nostre lotte e iniziative e la sua straordinaria umanità. Ci uniamo al dolore della famiglia”.

Amianto:Sentenze

MALATTIA PROFESSIONALE DA AMIANTO: DECISIVA LA RICOSTRUZIONE DELLA STORIA LAVORATIVA

Interessante  sentenza della Corte d’Appello di Bologna che, confermando integralmente la decisione del Tribunale di Reggio Emilia,  ha riconosciuto l’origine professionale di un mesotelioma pleurico inizialmente respinto dall’INAIL.  

Il caso riguarda un autotrasportatore che, dagli anni ’80 fino al pensionamento, ha lavorato nel trasporto di materiali edili contenenti amianto. Oltre alla guida del mezzo, partecipava direttamente anche alle operazioni di carico, scarico, movimentazione e fissaggio di lastre e altri manufatti in cemento-amianto.

L’INAIL aveva respinto la domanda sostenendo che non fosse stata dimostrata un’esposizione professionale sufficiente e che la malattia fosse riconducibile, invece, a un’esposizione familiare, poiché la madre del lavoratore aveva operato in un’azienda produttrice di manufatti in cemento-amianto.

Il Tribunale aveva accolto la domanda degli eredi e la Corte d’Appello ha confermato integralmente quella decisione, respingendo tutti i motivi di impugnazione proposti dall’INAIL.

Al di là dell’esito favorevole, questa sentenza contiene alcuni spunti di particolare interesse:

  • la Corte richiama un principio fondamentale: il mesotelioma è una malattia tabellata e, una volta dimostrato che il lavoratore ha svolto una lavorazione concretamente idonea a esporlo alle fibre di amianto, opera la presunzione legale di origine professionale. Spetta quindi all’INAIL fornire una prova idonea a superare tale presunzione;
  • non è la qualifica professionale a fare la differenza, ma la ricostruzione concreta delle mansioni svolte. La Corte valorizza il fatto che il lavoratore non si limitasse a trasportare il materiale, ma partecipasse alle fasi di carico, scarico, movimentazione e fissaggio dei manufatti, attività nelle quali poteva verificarsi la dispersione di fibre di amianto;
  • l’anamnesi lavorativa dettagliata (ovvero la ricostruzione della storia lavorativa) è determinante. La ricostruzione precisa delle modalità di lavoro, supportata da testimonianze, documentazione e parere CONTARP, ha consentito di dimostrare l’effettiva esposizione professionale;
  • l’eventuale esposizione extralavorativa non esclude automaticamente quella professionale. La Corte richiama il principio dell’equivalenza delle cause, affermando che entrambe possono aver contribuito all’insorgenza della malattia e che l’INAIL non ha dimostrato che la sola esposizione familiare fosse sufficiente a provocare il mesotelioma; 
  • nelle malattie da amianto è fondamentale ricostruire l’intera storia espositiva. La Corte riconosce valore all’intero periodo di esposizione, dagli anni ’80 fino al pensionamento, in coerenza con i tempi di latenza del mesotelioma.

Questa pronuncia dimostra come nei casi di mesotelioma, e più in generale nelle malattie professionali, la qualità dell’anamnesi lavorativa può essere determinante quanto la diagnosi stessa.

Ricostruire con precisione cosa faceva concretamente il lavoratore e in quali condizioni, può fare la differenza nel dimostrare l’origine professionale della patologia.

Amianto : Sentenze

Amianto nella Marina, oltre 860mila euro alla famiglia di un militare morto di mesotelioma

Diciannove anni di servizio nella Marina Militare, l’esposizione all’amianto durante l’attività di elettricista e, molti anni dopo, la diagnosi di mesotelioma pleurico. È la storia di C.C., riconosciuto vittima del dovere e morto nel 2020. Il Tribunale di Roma ha condannato in primo grado il Ministero della Difesa a risarcire la moglie e i due figli per oltre 860mila euro. La sentenza è stata impugnata.

Diciannove anni al servizio della Marina

Quasi diciannove anni trascorsi nella Marina Militare come sottufficiale con mansioni di elettricista, lavorando in ambienti nei quali era presente amianto. Poi, a distanza di anni, la diagnosi di mesotelioma pleurico maligno e un lungo percorso di cure, durato più di cinque anni, fino alla morte nell’ottobre del 2020.

È la vicenda di C.C., originario di Napoli e successivamente trasferitosi con la famiglia a Valmontone, al centro di una sentenza con cui il Tribunale di Roma ha accertato in primo grado la responsabilità del Ministero della Difesa e disposto un risarcimento complessivo di oltre 860mila euro in favore della moglie M.A. e dei due figli.

Il Ministero della Difesa ha impugnato la decisione.

L’esposizione all’amianto durante il servizio

Nel corso della sua carriera C.C. aveva prestato servizio in diverse unità e strutture della Marina, tra cui Mariscuole, Marinaluna, Marispedal e Maricentro.

Il suo lavoro consisteva nel controllo, nella riparazione e nella manutenzione degli impianti elettrici e della relativa componentistica. Secondo quanto ricostruito nel giudizio, proprio durante lo svolgimento di queste attività il militare sarebbe entrato ripetutamente in contatto con polveri e fibre di amianto presenti nei materiali utilizzati per la coibentazione e l’isolamento degli impianti e degli ambienti.

La sentenza ricostruisce un’esposizione protratta nel tempo e rileva che non sarebbe stata fornita la prova dell’adozione di misure adeguate a proteggere il militare dal rischio.

La diagnosi e il riconoscimento come vittima del dovere

 primi sintomi della malattia comparvero nei primi mesi del 2015. Il 6 marzo dello stesso anno arrivò la diagnosi di mesotelioma pleurico maligno.

Da quel momento C.C. affrontò un percorso terapeutico durato oltre cinque anni, fino al decesso nell’ottobre del 2020.

Il legame tra la patologia e il servizio prestato nella Marina Militare era stato riconosciuto quando C.C. era ancora in vita: nel 2018 gli era infatti stato attribuito lo status di vittima del dovere.

Dopo la sua morte, la moglie M.A. e i figli C.E. e C.C. hanno intrapreso un’azione giudiziaria per ottenere il risarcimento dei danni subiti a causa della perdita del loro congiunto.

Il Tribunale: oltre 860mila euro alla famiglia

Il Tribunale di Roma ha accolto la domanda, condannando il Ministero della Difesa al pagamento di oltre 860mila euro complessivi, oltre agli interessi previsti dalla decisione.

Il giudice ha riconosciuto il danno subito dalla moglie e dai figli per la perdita del familiare e, nel caso della vedova, anche il pregiudizio economico conseguente al venir meno del contributo che il marito avrebbe continuato ad assicurare alla famiglia.

La vicenda rappresenta uno dei casi nei quali il tema dell’esposizione all’amianto durante il servizio nelle Forze Armate si intreccia con quello della tutela dei militari e dei loro familiari.

Amianto, vigile del fuoco riconosciuto vittima dovere ma i ministeri si oppongono

Esposto all’amianto durante tutta la carrier, il vigile del fuoco è morto per mesateliona nel 2023

Prima l’esposizione all’amianto durante il servizio militare nell’Esercito, poi quella subita nei quasi quarant’anni trascorsi nei Vigili del Fuoco di Catania. Una doppia esposizione al cancerogeno che, secondo il Tribunale di Catania, ha contribuito in maniera determinante all’insorgenza del mesotelioma pleurico che ha provocato la morte a 72 anni del catanese C.R.L.M.. La sentenza, spiega l’Osservatorio nazionale Amianto (Ona), lo aveva equiparato a vittima del dovere e condannato il Ministero della Difesa e il Ministero dell’Interno a pagare i benefici alla vedova, ma i due dicasteri hanno impugnato la decisione del giudice.

Il primo periodo ricostruito dal Tribunale risale al servizio militare di leva durante il quale come «marconista carro» operò anche all’interno dei mezzi militari. La sentenza richiama l’utilizzo, durante le esercitazioni, di dotazioni contenenti amianto e la presenza del minerale negli ambienti, negli apparati radio, nei mezzi di trasporto e in altre componenti utilizzate all’epoca. Per i successivi 40 anni L.M. lavorò infatti presso il Comando provinciale dei Vigili del Fuoco di Catania, inizialmente nell’Ufficio rimessa, e successivamente nelle attività di riparazione e manutenzione di veicoli e attrezzature tecniche.

Malato di mesotelioma si suicida, il giudice: “La diagnosi ha contribuito alla morte”

Il Tribunale del Lavoro di Bologna accoglie il ricorso del figlio di un lavoratore. Inail condannata a riconoscere agli eredi la rendita ai superstiti e l’assegno funerario

Una diagnosi di mesotelioma pleurico maligno, il progressivo peggioramento delle condizioni fisiche e psicologiche e, infine, il suicidio. Tra la malattia professionale legata all’esposizione all’amianto e la morte del lavoratore esiste un nesso causale, o quantomeno concausale. A stabilirlo è una sentenza della Sezione Lavoro del Tribunale di Bologna, che ha condannato l’Inail a riconoscere agli eredi la rendita ai superstiti e l’assegno funerario. A rendere nota la decisione sono Afeva Emilia-Romagna, l’Associazione familiari e vittime amianto, e il Patronato Inca-Cgil di Bologna.

Il mesotelioma riconosciuto come malattia professionale

La vicenda riguarda un lavoratore che durante la propria attività professionale era stato esposto alle fibre di amianto. La ricostruzione della sua storia lavorativa aveva già portato al riconoscimento del mesotelioma pleurico come malattia professionale e alla conseguente rendita Inail. Dopo la morte dell’uomo per suicidio, però, l’istituto aveva respinto la richiesta di rendita presentata dai superstiti. Alla base del diniego c’era la valutazione secondo cui il gesto dell’uomo avrebbe interrotto il nesso causale tra la patologia professionale e il decesso. Una ricostruzione contestata dal figlio del lavoratore, che si è rivolto al giudice sostenendo che proprio la diagnosi e le conseguenze della malattia avessero determinato un grave decadimento fisico e psichico, fino a rendere intollerabile la prosecuzione della vita.

Dopo la diagnosi il crollo psicofisico

Nel ricorso sono stati ricostruiti anche gli ultimi mesi di vita dell’uomo. Secondo quanto riferiscono Afeva e Inca, prima della diagnosi il lavoratore era una persona “attiva e vitale”. Con la scoperta del mesotelioma sarebbe invece iniziato un rapido deterioramento delle sue condizioni, accompagnato da dolore severo, allucinazioni, depressione e pensieri di auto-soppressione. Elementi sui quali il Tribunale ha fondato la propria decisione, prendendo in considerazione la documentazione medica, la dichiarazione dello psicologo che aveva seguito il paziente e le testimonianze raccolte tra familiari e conoscenti.

Per il giudice il suicidio non interrompe il nesso causale

Il punto centrale della sentenza riguarda proprio il rapporto tra la malattia e il suicidio. Il giudice richiama il principio della cosiddetta “causalità umana”: per stabilire se il collegamento tra una causa e un evento sia stato interrotto occorre verificare se sia intervenuto un fattore anomalo, eccezionale e imprevedibile. Nel caso esaminato, il suicidio non è stato considerato un evento estraneo alla patologia, ma una conseguenza della grave sofferenza fisica e psichica provocata dal mesotelioma. La malattia professionale è stata quindi riconosciuta come causa, o almeno come concausa, della morte. Da qui la condanna dell’Inail a versare al figlio del lavoratore la rendita spettante al coniuge superstite, calcolata dal giorno successivo alla morte dell’uomo fino al decesso della vedova, oltre all’assegno funerario e alle spese di giudizio.

Amianto : Sentenze

AMIANTO: RICONOSCIUTA L’ORIGINE PROFESSIONALE DEL MESOTELIOMA PLEURICO ANCHE IN ASSENZA DI DIAGNOSI CERTA

Il Tribunale di Parma ha accolto il ricorso promosso dall’Inca Cgil di Parma, riconoscendo l’origine lavorativa del mesotelioma pleurico e condannando l’INAIL, che aveva precedentemente respinto la domanda sia in fase amministrativa che in fase di ricorso medico-legale.

La vicenda riguarda un lavoratore dipendente di un’azienda del settore Ambiente ed Energia, che per circa 30 anni, dal 1960 al 1990, ha svolto attività di manutenzione della rete idrica con esposizione ad amianto.

Piu’ precisamente, dalle testimonianze raccolte, è emerso che il lavoratore svolgeva attività di posa, taglio e tornitura dei tubi in cemento-amianto, riparazione delle reti idriche e interventi di pronto intervento sulle tubazioni effettuate a secco e senza l’ utilizzo di dispositivi di protezione delle vie respiratorie.

L’INAIL aveva respinto la domanda perché la documentazione acquisita era “insufficiente per esprimere un giudizio medico-legaleper la mancanza di una diagnosi isto-citologica certa” non riconoscendo quindi il nesso tra la patologia denunciata e l’attività lavorativa svolta.

La CTU ha evidenziato che il lavoratore è stato esposto all’amianto per circa trent’anni, svolgendo lavorazioni che producevano una notevole dispersione di fibre nell’ambiente, con un conseguente rischio di inalazione.

E’ interessante che, pur non essendo disponibile una diagnosi istologica “certa” di mesotelioma, il CTU ha ritenuto comunque più probabile che non l’origine professionale della malattia.

A questa conclusione è arrivato mettendo insieme tutti gli elementi del caso come la documentata e lunga esposizione all’amianto, il decorso clinico della malattia, le lesioni riscontrate e l’assenza di altre possibili cause.

Il CTU ha inoltre evidenziato la compatibilità del quadro clinico con un mesotelioma desmoplastico, una forma rara e particolarmente complessa da diagnosticare, caratterizzata dalla presenza di un tessuto fibroso che può rendere meno evidente la componente tumorale.

Nel caso in questione, il Giudice ha riconosciuto l’importanza di tenere conto del contesto lavorativo e dei dati clinici nel loro insieme, al fine di valutare situazioni così delicate valorizzando la specificità di ogni singolo caso.

Esposto ad amianto nell’esercito e nei pompieri, condannati due ministeri

Sentenza del Tribunale di Catania su decesso 72enne, presentato appello

“Prima l’esposizione all’amianto durante il servizio militare nell’Esercito, poi quella subita nei quasi quarant’anni trascorsi nei Vigili del fuoco.

Una doppia esposizione al cancerogeno che, secondo il Tribunale di Catania, ha contribuito in maniera determinante all’insorgenza del mesotelioma pleurico che ha provocato la morte, il 16 dicembre del 2019, di un catanese di 72 anni”.

E’ quanto afferma, in un comunicato, l’Osservatorio nazionale amianto che ha prestato assistenza legale alla vedova con l’avvocato Ezio Bonanni, rendendo nota la sentenza pubblicata lo scorso 29 aprile con cui i giudici avevano equiparato il 72enne a vittima del dovere e condannato in solido i ministeri della Difesa e dell’Interno al pagamento dei benefici alla ricorrente. Le due amministrazioni hanno impugnato la sentenza che, secondo l’Osservatorio, “aveva riconosciuto il nesso tra l’esposizione all’amianto subita durante il servizio nell’Esercito e nei Vigili del fuoco e il mesotelioma che ne ha causato la morte”.
    Il Tribunale, si spiega nella nota, ha “riconosciuto che l’amianto respirato durante le attività di servizio ha avuto almeno un ruolo concausale determinante nell’insorgenza del mesotelioma, rilevando inoltre l’assenza di fattori estranei all’attività o all’ambiente lavorativo che, da soli, potessero spiegare la malattia”. Nella decisione “emerge anche il tema della mancata prevenzione”. Il Tribunale evidenzia che “le amministrazioni non hanno dimostrato di aver adottato adeguate e sufficienti misure contro il rischio amianto, come sistemi di aspirazione o specifici dispositivi di protezione personale”.

“Dietro ogni causa – ricorda l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’osservatorio nazionale amianto – ci sono vite distrutte e famiglie che hanno già pagato un prezzo altissimo. E quando a essere colpito è un uomo che ha speso la propria vita al servizio dello Stato, continuare ad opporsi al riconoscimento dei suoi diritti significa infliggere alla sua famiglia un’ulteriore sofferenza”.

Amianto, la strage continua. In tribunale nuovi casi spezzini

In aula sentenze che riguardano personale militare, un falegname, un dipendente Enel e un vigile del fuoco

La Spezia – La strage silenziosa continua. Già si sapeva, del triste primato di vittime spezzine per esposizione all’amianto. La conferma arriva dalla frequenza delle sentenze a favore di vedove e di orfani. Condanne che dimostrano l’esistenza di un fenomeno molto più vasto di quanto si possa pensare. Solo nelle ultime settimane sono stati esaminati numerosi casi riferiti a personale militare della Difesa.

Emerge tuttavia anche una casistica di lavoratori molto vasta. Tre, fra le ultime cause vinte dai familiari, riguardano un falegname che costruiva arredi per le navi militari ed un lavoratore della centrale Enel, per la morte dei quali sono stati concessi alle famiglie assegni e benefici di legge, ed un vigile del fuoco spezzino di 66 anni, per il quale è stato riconosciuto a moglie e figli quasi un milione di euro.

Nel primo caso, il Tribunale del lavoro della Spezia ha riconosciuto le ragioni della vedova di uno spezzino vittima di carcinoma polmonare. L’uomo è mancato nel 2016. Realizzava e montava arredi sulle navi militari. È iniziata una battaglia durata fin qui dieci anni, durante i quali la donna si è vista negare il riconoscimento del nesso causale fra lavoro e malattia. Il marito «lavorava in ambiente cantieristico, quale falegname, e allestiva ambienti sulle navi militari».

Le lastre ai polmoni sono state la prova di partenza, per la famiglia della vittima. L’uomo aveva noduli, e soprattutto un ispessimento da asbestosi, tipico dell’esposizione all’amianto. Nemmeno fumava. Le perizie hanno accertato che era stato «certamente esposto».

E aveva purtroppo maturato quella neoplasia polmonare che «presentava caratteristiche di notevole invasività e gravità

Purtroppo l’arteria polmonare era ormai avvolta “a manicotto”. I testimoni hanno raccontato di aver lavorato insieme fra gli anni ’70 e la fine degli anni ’90. «Eravamo assunti con mansioni di falegname – hanno ricostruito – ma in realtà facevamo paratie e pavimenti in vetroresina, li assemblavamo, facevamo l’arredamento interno delle navi militari. E montavano a bordo, con respiratori, smerigliatori. Eravamo dei tutto fare. E a bordo c’era la polvere di amianto, che si vedeva brillare al sole. Era anche in reparto, in sala macchine, dove andavamo a fare gli angoli per assembleare la coperta con lo scafo». Poche barche. Solo navi militari. Sulle navi, a seconda dei tempi di consegna, «capitava di stare dalla mattina alla sera, soprattutto quando eravamo in ritardo, a volte perfino di notte».

Ai familiari sono stati riconosciuti i benefici di legge. E gli stessi benefici sono stati concessi agli affetti più stretti di un lavoratore spezzino della centrale Enel, sempre di fronte al Tribunale del lavoro, ma in sede di appello a Genova. Nel caso specifico, si parla di un saldatore elettrico che faceva parte delle squadre addette alla manutenzione dello stabilimento. La documentazione medica attestava la presenza di placche pleuriche nei polmoni, evolute poi nel cancro che l’ha ucciso.

In primo grado il ricorso era stato respinto, in quanto il consulente incaricato dal giudice alla Spezia aveva ritenuto che «il decesso fosse dipeso da più cause, compresa una grave degenerazione cognitiva». In appello, però, la giudice ha nuovamente chiesto ad un esperto il peso avuto nella morte dal «voluminoso tumore polmonare», riscontrato insieme alle altre patologie di Alzheimer e Parkinson, che lo avevano reso non più autosufficiente.

Sul certificato di morte era stato scritto che la morte fosse derivata da polmonite. Il perito ha ritenuto quel cancro dovuto all’esposizione ad amianto nei 33 anni di lavoro. E la giudice ha concesso i benefici ai familiari. Di fronte al Tribunale di Genova seconda sezione civile è stato trattato il caso dei familiari di un vigile del fuoco spezzino, nato nel 1953, mancato nel 2019. Da una parte moglie, figlia e nipote, privati del proprio caro, di soli 66 anni.

Dall’altra, l’avvocatura dello Stato. Mesotelioma pleurico contratto durante il lavoro svolto nelle caserme della Spezia e di Massa Carrara, ove aveva prestato servizio dal 1973 al 2008. Aveva operato anche a bordo di unità navali del corpo dei vigili del fuoco. Una vita di interventi per incendi in abitazioni, in siti di demolizioni navale, in luoghi disparati. Utilizzava all’epoca dispositivi per la protezione contro il calore, come guanti, tute e coperte, contenenti amianto. Nessuna protezione, nessuna informazione sui rischi.

Gli ex colleghi hanno testimoniato. La sentenza è articolata, 23 pagine, e richiama quanto ormai accertato. Il mesotelioma deriva dall’inalazione di fibre di amianto. Nella sentenza è ricostruita la coesione della famiglia, molto unita. La vedova aveva 63 anni, i figli 35 e 39, la nipotina 6. La giudice ha applicato la regola del “più probabile che non” ed ha riconosciuto rispettivamente 293 mila euro alla donna, 316 e 244 mila euro ai figli, 91 mila alla nipote, oltre ad interessi e pagamento delle spese di lite. Quasi un milione di euro.

Amianto:Sentenze

Amianto, un’altra vittoria per il militare

L’uomo, 78 anni, aveva prestato servizio in Finanza. Il sì anche dal Consiglio di Stato

MONTE ARGENTARIOEsposizione all’amianto, triplice vittoria del maresciallo Apicella contro lo Stato. Dopo la Corte d’Appello e la Cassazione anche il Consiglio di Stato dà ragione al militare. Ora si apre la strada al risarcimento dei danni. Ha servito lo Stato per oltre trent’anni, gran parte dei quali trascorsi nelle sale macchine delle unità navali della Guardia di Finanza, senza sapere che proprio quel lavoro avrebbe compromesso per sempre la sua salute. Oggi, dopo una lunga battaglia giudiziaria combattuta contro la stessa Amministrazione che aveva servito in divisa, il maresciallo Claudio Apicella (foto), 78 anni di Porto Santo Stefano, ottiene una nuova e decisiva vittoria: dopo la Corte d’Appello di Firenze e la Corte di Cassazione, anche il Consiglio di Stato riconosce il suo diritto all’equo indennizzo per la patologia asbesto-correlata contratta durante il servizio. La sentenza della Seconda Sezione del Consiglio di Stato accoglie l’appello dell’ex finanziere di mare, assistito dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente Osservatorio nazionale amianto, e annulla il provvedimento con cui il Ministero dell’Economia e delle Finanze e il Comando Generale della Guardia di Finanza avevano revocato il precedente riconoscimento dell’equo indennizzo. Il percorso giudiziario che ha portato alla terza sentenza a favore dell’ex maresciallo è iniziato dopo il riconoscimento della spettanza dell’equo indennizzo, inizialmente accordati dall’Amministrazione. La Corte d’Appello di Firenze ha riconosciuto il nesso tra la malattia e il servizio svolto.

Amianto, Viminale responsabile per la morte del pompiere: danno parentale da liquidare a punti

La Cassazione Lavoro conferma la responsabilità del Viminale ex art. 2087 c.c. per la morte del pompiere a causa di un mesotelioma letale contratto per l’esposizione all’amianto. La Suprema Corte dichiara in parte inammissibili e in parte infondati i primi quattro motivi di ricorso. Accolto, tuttavia, il ricorso sul quantum risarcitorio: per liquidare la perdita del familiare non basta il sistema “a forbice” delle vecchie tabelle e non opera il principio di non contestazione sui legami affettivi.

La Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, con l’ordinanza depositata il 22 giugno 2026 (R.G.N. 10141/2022), è tornata a pronunciarsi su due temi nevralgici del contenzioso giuslavoristico: la responsabilità datoriale per l’esposizione all’amianto (con specifico riferimento al Corpo dei Vigili del Fuoco) e i rigorosi criteri per la liquidazione del danno da perdita del rapporto parentale.

L’esito del giudizio di legittimità è duplice: da un lato, gli Ermellini hanno confermato in toto la responsabilità del Ministero dell’Interno per il decesso del dipendente; dall’altro, hanno cassato la sentenza d’appello in merito alla quantificazione del risarcimento in favore dei figli della vittima, fissando importanti paletti in tema di onere della prova e utilizzo delle tabelle di liquidazione (Corte di Cassazione, IV – Lavoro civile, ordinanza 22 giugno 2026, n. 21141).

I fatti: la morte del pompiere e la rivalsa degli eredi

La controversia nasce dalla tragica vicenda di un Vigile del Fuoco, in servizio dal 1965 al 1994, deceduto nel 2008 a causa di un mesotelioma pleurico. Gli eredi — la moglie S.G. e i figli L.E. e L.R. — avevano convenuto in giudizio il Ministero dell’Interno, ottenendo in primo e secondo grado (Corte d’Appello di Brescia, sentenza n. 232/2022, R.G.N. 986/2018) la condanna dell’Amministrazione al risarcimento del danno iure proprio per la perdita del rapporto parentale, causata dalla prolungata esposizione alle polveri di amianto durante le operazioni di soccorso (tra cui i sismi di Friuli e Irpinia, ma anche altri interventi su situazioni pericolose) e durante l’uso di dotazioni contaminate. Nelle more del giudizio di cassazione, la moglie S.G. è deceduta e i figli sono subentrati anche in qualità di eredi della madre.

Con i primi quattro motivi di ricorso, il Ministero ha tentato di smontare l’accertamento della colpa e del nesso causale, sostenendo l‘imprevedibilità (all’epoca dei fatti) della specifica patologia tumorale e l’assenza di norme specifiche a tutela dei pompieri contro l’amianto.

La Suprema Corte ha respinto fermamente queste tesi, articolando tuttavia la propria risposta su un doppio registro: in parte dichiarando i motivi inammissibili e in parte respingendoli nel merito.

La responsabilità del Ministero: l’art. 2087 c.c. non ammette sconti

Sotto il profilo dell’inammissibilità, la Cassazione ha rilevato che il Ministero, pur formalmente deducendo violazione di norme di diritto, aveva in realtà censurato direttamente la valutazione del materiale istruttorio operata dalla Corte territoriale — in particolare: la CTU espletata in primo grado, la valenza probatoria delle deposizioni testimoniali, l’idoneità degli elementi acquisiti a dimostrare la non esigibilità ex ante dei controlli. L’apprezzamento dei fatti e delle prove è però istituzionalmente riservato al giudice di merito ed è sottratto al sindacato di legittimità, nel cui ambito non è conferito il potere di riesaminare il merito della causa ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione compiuti dal giudice di merito (v. Cass. n. 32505/2023 e n. 10927/2024).

Nel merito, la Corte ha comunque ribadito un orientamento ormai granitico, richiamando una pluralità di precedenti conformi:

La prevedibilità del danno: per configurare la responsabilità ex art. 2087 c.c. non è necessario che il datore di lavoro potesse prevedere l’insorgenza dello specifico evento (il mesotelioma pleurico che ha portato alla morte del pompiere), essendo sufficiente la prevedibilità della potenziale idoneità della condotta a provocare un danno grave alla salute (Cass. n. 4084/2025).

Obblighi di protezione preesistenti: anche prima delle normative specifiche sull’amianto (come il D.Lgs. 277/1991), il datore di lavoro era tenuto a rispettare le regole cautelari generali volte a proteggere i lavoratori dall’inalazione di polveri nocive di qualsiasi natura. In particolare, l’art. 21 del D.P.R. n. 303/1956 — volto a proteggere dall’inalazione di polveri di qualsiasi specie — si applica anche alle polveri di amianto (Cass. n. 4084/2025 e n. 34419/2024). L’utilizzo dell’amianto, del resto, era sottoposto a particolari cautele fin dal principio del secolo scorso (Cass. n. 24217/2017).

Onere probatorio del datore di lavoro e carenza di misure idonee

Onere probatorio del datore di lavoro: una volta accertata l’esposizione non occasionale all’agente patogeno, grava sul datore di lavoro l’onere di dimostrare di aver adottato tutte le cautele necessarie per impedire il verificarsi dell’evento dannoso, a prescindere dall’acquisizione della certezza scientifica sul nesso causale fra esposizione e specifica patologia (Cass. n. 20889/2018, n. 28458/2024, n. 26390/2024). In termini più generali, il requisito soggettivo della colpa è integrato dalla violazione delle regole cautelari evocate dall’art. 2087 c.c., fondate — se non sulla certezza scientifica — sulla probabilità o possibilità concreta e non ipotetica che la condotta determini l’evento (Cass. n. 5813/2019).

Carenza di misure idonee: l’istruttoria aveva drammaticamente confermato che i Vigili del Fuoco disponevano di protezioni del tutto inadeguate (solo due mascherine per equipaggio, peraltro non del tutto efficaci), tanto da dover fronteggiare l’inalazione di polveri “improvvisando” con stracci bagnati sul volto, nel totale silenzio informativo dell’Amministrazione sui rischi correlati.

La Corte ha inoltre esaminato — per escluderne la rilevanza — la questione del giudicato esterno sollevata dai controricorrenti, che nelle more del giudizio di cassazione avevano prodotto alcune decisioni del TAR Lombardia, del TAR Lazio e del Consiglio di Stato, non più impugnabili, emesse in giudizi dagli stessi promossi contro il Ministero proprio sul nesso causale tra il servizio e la patologia. Pur escludendo che tali decisioni potessero configurare un giudicato esterno (essendo state emesse sulla base dei soli documenti e non anche a seguito di istruttoria testimoniale), la Cassazione le ha nondimeno valorizzate come elementi idonei a confortare, unitamente alle altre risultanze processuali, la sussistenza della colpa e del nesso causale.

l ribaltamento sul danno parentale: stop al sistema “a forbice”

Il Ministero ha invece trovato accoglimento sul quinto motivo di ricorso, inerente la quantificazione del danno da perdita del rapporto parentale riconosciuto ai figli della vittima, maggiorenni e da tempo non più conviventi con il padre.

La Corte d’Appello aveva liquidato un importo “significativamente più elevato” rispetto al minimo tabellare basandosi su due assunti, entrambi censurati dalla Cassazione:

L’errata applicazione del principio di non contestazione: i giudici di merito avevano dato per provata la “particolare intensità” del legame familiare solo perché il Ministero non l’aveva esplicitamente contestata. La Cassazione ha chiarito che il principio di non contestazione (art. 115 c.p.c.) opera esclusivamente in relazione alle circostanze conosciute o almeno conoscibili dalla controparte con l’uso dell’ordinaria diligenza, e solo accidentalmente non note. Esso resta inoperante in relazione ai fatti che fuoriescono dalla sfera di controllo dell’interessato, soprattutto quando non siano comuni alle parti ma propri di chi intende avvalersene (Cass. n. 762/2026). Un Ministero non può conoscere — e quindi non è tenuto a contestare specificamente — le intime dinamiche familiari di un proprio ex dipendente in pensione da decenni. Tali fatti vanno rigorosamente provati da chi ne chiede il risarcimento.

Il ricalcolo del danno ai familiari

L’obbligo del sistema a punti: la Corte ha bocciato l’uso di Tabelle basate su una mera “forbice” tra un valore minimo e uno massimo al quale apportare eventuali correttivi. Richiamando consolidati precedenti (Cass. n. 10579/2021 e n. 27693/2024), l’Ordinanza ribadisce che il danno parentale (artt. 1223 e 1226 c.c.) deve essere liquidato utilizzando un sistema a punti, che garantisca modularità basandosi su circostanze di fatto oggettive e indefettibili: età della vittima, età del superstite, grado di parentela e convivenza, con l’estrazione del valore medio del punto dai precedenti e la possibilità di applicare sull’importo finale dei correttivi in ragione della particolarità della situazione.

La sentenza impugnata non si era attenuta a tali insegnamenti, avendo preso in considerazione solo la forbice tra il minimo e il massimo delle tabelle milanesi applicate (peraltro osservando, in modo ininfluente, che se fossero state utilizzate le Tabelle del Tribunale di Roma la liquidazione sarebbe stata ancora maggiore).

La causa è stata pertanto rinviata alla Corte d’Appello di Brescia, in diversa composizione, che dovrà ricalcolare il risarcimento attenendosi esclusivamente al sistema tabellare a punti, valutando le effettive prove fornite dai superstiti sull’intensità del legame perduto, e provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Avv. Sabrina Caporale

Morto per l’amianto, Actv e Comune costretti a risarcire: oltre 1,4 milioni alla famiglia

Il Tribunale di Venezia ha riconosciuto ai familiari di un ex motorista Actv-Acnil morto per mesotelioma un risarcimento di 877 mila euro, che si aggiunge ai 644 mila già ottenuti in vita dal lavoratore

Comune di Venezia e ACTV sono stati condannati a risarcire, con un milione e mezzo di euro, i familiari di un ex dipendente morto di amianto. Un uomo che nel 1975 aveva iniziato a lavorare come motorista sulle imbarcazioni e che vi è rimasto ininterrottamente fino al 2007: un ruolo a rischio perché svolto in ambienti – a bordo delle unità navali – in cui erano presenti manufatti contenenti amianto e polveri. Ad ammetterlo era stata la stessa municipalizzata veneziana, in un documento del 2003.

Quando l’ormai ex dipendente aveva scoperto di aver contratto il mesotelioma – un tumore raro e aggressivo che colpisce le membrane dei polmoni – il tribunale aveva condannato l’azienda e il Comune di Venezia a risarcire l’uomo e la sua famiglia con 644 mila euro. Due anni, purtroppo, l’ex motorista si era spento in ospedale, ed è per questo che oggi moglie, figli e fratelli della vittima si sono visti riconoscere un altro risarcimento di 877 mila euro in totale. Una cifra complessiva di un milione e mezzo, che però potrebbe ancora aumentare visto che i legali della famiglia hanno intenzione di contestare il calcolo degli interessi maturati.

Nella sentenza del 2021, il tribunale aveva certificato l’esistenza di un nesso di causalità tra la prolungata esposizione all’amianto sul luogo di lavoro e l’insorgenza del tumore, ritenendo che l’azienda veneziana non fosse riuscita a provare di aver adottato tutte le misure necessarie per tutelare la salute del dipendente.

Così avveniva anche a Porto Marghera, dove Edison e Montedison vennero condannate a risarcire i lavoratori ammalati e le loro famiglie, perché a morire di amianto erano anche le mogli che a casa lavavano gli indumenti da lavoro, esposti ad un inquinante che contaminava anche pesci e cozze in Laguna. A Marghera si è calcolato viva il 70% degli esposti all’amianto in Veneto, un inquinante che manifesta la malattia anche decenni dopo l’esposizione letale. Per questo si teme che i casi di mesotelioma, che ogni anno causa in Italia circa 1500 decessi, il dato più alto d’Europa, continueranno a salire nei prossimi anni.

Amianto: Sentenze

Venezia, morì per esposizione all’amianto. Il tribunale: vanno risarciti anche in nipoti

La giudice Lisa Micochero ha riconosciuto il rapporto affettivo nel legame fra nonno e nipoti stabilendo risarcimenti dai 55 mila ai 65 mila euro per ciascuno

Per 14 anni aveva lavorato in prolungata esposizione all’amianto ed è morto per mesotelioma. Ora il Tribunale di Venezia ha condannato il datore di lavoro, Fincantieri, a un risarcimento che sfiora il milione e mezzo di euro. A beneficiarne saranno la vedova del lavoratore, i tre figli e i cinque nipoti. E proprio il riconoscimento della sofferenza patita dai nipoti può rappresentare un caso da giurisprudenza.

La giudice Lisa Micochero ha riconosciuto il rapporto affettivo nel legame fra nonno e nipoti stabilendo risarcimenti dai 55 mila ai 65 mila euro per ciascuno, con somme più alte per quelli che al decesso del nonno avevano una età maggiore. Alla moglie andranno 300 mila euro, mentre 250 mila dovranno essere versati a ciascuno dei tre figli.

Un’altra vittima di amianto. Azienda portuale condannata a risarcire gli eredi dell’operaio

Accordo transattivo per 300mila euro grazie al lavoro del patronato Cgil

L’amianto killer miete un’altra vittima, famiglia risarcita grazie all’azione legale messa in campo dalla Cgil di Ancona. Alla fine l’azienda in questione ha dovuto sborsare 300mila euro. Nelle scorse settimane è stato raggiunto un accordo transattivo a tutela degli interessi di un lavoratore portuale e dei suoi eredi. Il caso riguarda un operatore del porto che ha lamentato di essere stato esposto per anni all’amianto durante le fasi di lavorazione in un’importante azienda operante nell’area portuale, ed è purtroppo deceduto dopo una lunga malattia. La sua scomparsa non ha però impedito alla famiglia di intraprendere un percorso di giustizia e tutela nei confronti dell’impresa all’epoca datrice di lavoro. Non è il primo e purtroppo non potrebbe essere l’ultimo caso di lavoratori uccisi dalle malattie correlate all’amianto, asbestosi, mesotelioma pleurico e così via, che negli ultimi anni stanno falcidiando ex operai e tecnici in ambito portuale. Gli eredi, assistiti dal Patronato Inca-Cgil di Falconara Marittima e di Chiaravalle hanno promosso un’azione risarcitoria ottenendo un accordo transattivo con l’impresa del valore di oltre 300 mila euro in proprio favore a soddisfazione delle pretese azionate. Il risultato raggiunto è stato reso possibile anche grazie al contributo dell’Avv. Elisa Marchesini del Foro di Ancona: “Questo accordo _ dichiara David Visani, segretario Cgil di Ancona – mette al centro il tema prioritario della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. L’integrità del lavoratore deve essere garantitadall’azienda come obbligo inderogabile e, nonostante nessuna somma potrà mai colmare il vuoto della perdita del proprio caro, l’intesa raggiunta rappresenta un’importante tutela dei diritti del lavoratore e dei suoi familiari. Per questo motivo il ruolo del Patronato Inca Cgil della provincia di Ancona rappresenta un punto di riferimento fondamentale nella tutela individuale delle lavoratrici e dei lavoratori, in particolare per quanto riguarda i danni alla salute eventualmente legati alle condizioni di lavoro”. Pertanto, la Cgil invita chi ritenga di aver subito un danno legato all’attività lavorativa a rivolgersi agli uffici Inca Cgil per una valutazione della propria situazione.