Amianto : Sentenze

Morto di tumore, “esposizione all’amianto non provata”. Gli eredi perdono la causa

La Spezia. Il consulente: “I dati sembrano individuare una correlazione”. I giudici: “L’uso del condizionale non è garanzia di affidabilità”

La Spezia – Battaglia legale dei familiari di un sabbiatore portuale spezzino, mancato nel 2021 all’età di 72 anni a causa di un tumore al colon. La famiglia sostiene che abbia avuto un peso, nell’aggravamento e nella morte del proprio caro, quella pericolosa esposizione all’amianto che già aveva determinato purtroppo altre malattie pesanti, a partire da un problema respiratorio, inizialmente indicato come silicosi, riclassificata poi in asbestosi, evoluto poi in tumore polmonare. Il lavoratore se n’è andato a causa del cancro al colon.

In primo grado, alla Spezia, il Tribunale del lavoro ha ritenuto che fosse correlato, quantomeno come concausa, all’esposizione lavorativa all’amianto, che è stata accertata. Inail ha impugnato la sentenza, sostenendo che la valutazione del consulente fosse «generica e imprecisa, non supportata da dati strumentali e scientifici idonei a confermare la correlazione».

Ed ora la Corte di Appello di Genova ha ribaltato il giudizio. Si andrà, molto probabilmente, in Cassazione, a fronte di valutazioni così contrastanti. In primo grado, il consulente tecnico incaricato dalla Corte aveva scritto che la morte era «da porsi in relazione causale con l’aggravarsi della neoplasia del colon retto di cui era portatore in vita, la cui genesi era però da ricondursi anche alla prolungata esposizione all’asbesto durante la vita lavorativa». Non aveva avuto dubbi.

Inail ha sostenuto che dagli studi della letteratura internazionale emerga solo la possibilità di «una debole correlazione con l’amianto». La Corte di appello ha insistito sul fatto che il nesso di causalità non possa «essere oggetto di semplici presunzioni, tratte da ipotesi tecniche teoricamente possibili».

Pertanto, ha ritenuto necessario il rinnovo della consulenza tecnica d’ufficio di primo grado, che aveva affermato il nesso di concausalità tra il tumore del colon e l’esposizione lavorativa ad amianto.

Il consulente ha affermato che «numerosi studi hanno evidenziato un aumento del rischio di tumori del colon retto, dello stomaco e dell’esofago in persone esposte all’amianto» e ha citato un contributo dal quale «emerge l’esistenza di una debole, ma positiva, associazione tra esposizione di cancro colon rettale».

E ha concluso di nuovo di «ritenere di potersi esprimere favorevolmente su una possibile correlazione tra amianto e neoplasia» del sabbiatore spezzino.

Il collegio, tuttavia, ha insistito ancora e ha disposto l’acquisizione di chiarimenti da parte del consulente circa le conclusioni “favorevoli”, costituite secondo il giudice «da un giudizio di mera possibilità e non probabilità qualificata».

All’esito di nuovi passaggi su «nuovi studi da cui emergerebbe un aumento di mortalità da cancro del colon retto nelle coorti con alto rischio di cancro polmonare», il consulente ha quindi formulato le nuove conclusioni. «L’analisi dei dati al momento disponibili sembra individuare una preponderanza statistica sempre più favorevole alla correlazione tra esposizione ad amianto e carcinoma del colon retto. Il caso specifico potrebbe riflettere una probabilità qualificata sufficiente per riconoscere la sussistenza del nesso causale».

La Corte ha sottolineato che l’uso del condizionale «non offre adeguate garanzie di affidabilità, anche alla luce del grado di diffusione della patologia nella popolazione generale». E ha ritenuto di dare maggior peso alla documentazione medica del lavoratore, che «già nel 2005 era affetto da obesità e dichiarava il consumo giornaliero di un litro di vino, oltre che la pregressa abitudine al fumo di entità particolarmente rilevante». È stato citato «l’aggiornamento dell’elenco europeo delle malattie professionali».

Scrive il giudice che «sulla scorta delle migliori evidenze e conoscenze scientifiche disponibili, il tumore del colon e del retto è stato inserito nell’elenco delle malattie di “sospetta” origine professionale e non in quello delle malattie professionali correlate all’amianto». —

Amianto sulle navi della Marina, 17 imputati nell’inchiesta spezzina: due sindacati chiedono di partecipare al processo

Diciassette persone coinvolte e due filoni d’indagine, uno relativo alla gestione di aree demaniali militari e l’altro alle bonifiche dall’amianto su 15 unità navali della Marina militare. È il procedimento penale al centro dell’udienza preliminare che si è svolta il 13 ottobre al Tribunale della Spezia, nel quale la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio degli indagati. Tra le contestazioni figurano presunte false attestazioni, irregolarità nelle bonifiche, falsificazione di certificazioni e corruzione. Nel procedimento sono coinvolti ufficiali e funzionari della Marina, oltre a imprenditori, amministratori e dipendenti di società appaltatrici.

Il primo filone riguarda le permute di aree del demanio militare, in particolare il Capannone 61 e il Piazzale Martellotta. Secondo le ipotesi accusatorie riportate nella documentazione, false attestazioni di una condizione di “urgenza qualificata” avrebbero consentito a soggetti privati di occupare anticipatamente spazi militari. Le condotte contestate avrebbero comportato un danno per l’Erario e violazioni delle norme urbanistiche e delle procedure per la dismissione e l’utilizzo del patrimonio pubblico.

Il secondo filone riguarda invece le bonifiche dai materiali contenenti amianto effettuate su 15 unità navali. L’ipotesi della Procura è che i materiali pericolosi non siano stati rimossi correttamente e che siano stati installati componenti non certificati o non conformi, con una successiva copertura delle lavorazioni attraverso documentazione tecnica artefatta e false certificazioni di avvenuta bonifica. A un ufficiale superiore viene contestato di aver ricevuto somme di denaro mensili in cambio dell’omissione dei controlli e della facilitazione dei pagamenti alla ditta esecutrice, nell’ambito di un’ipotesi di corruzione.

Le unità interessate dalle presunte irregolarità sono le navi Grecale, Scirocco, Vesuvio, Numana, Milazzo, Libeccio, Gaeta, Chioggia, Termoli, Maestrale, Sapri, Anteo, Viareggio e Bersagliere, oltre al bacino galleggiante GR-J 524.

Nel procedimento sono coinvolte anche due organizzazioni sindacali militari, entrambe indicate come persone offese. Il Sindacato dei Militari, rappresentato dal segretario generale Luca Marco Comellini, è assistito dall’avvocato Piero Santantonio, del Foro di Forlì-Cesena. Il Siulm Marina ha invece presentato richiesta di costituzione di parte civile in occasione dell’udienza preliminare del 13 ottobre, attraverso gli avvocati Mimmo Lardiello e Serena Visconti. La richiesta dovrà essere valutata nell’ambito del procedimento.

La vicenda dell’amianto sulle navi militari era già arrivata al centro di una controversia sull’accesso agli atti nel gennaio 2020. Il 7 gennaio di quell’anno Comellini – riporta il Sindacato dei Militari – aveva presentato al ministero della Difesa e allo stato maggiore della Marina un’istanza di accesso civico generalizzato per ottenere la mappatura dell’amianto sulle unità navali, sui sommergibili e negli Arsenali militari marittimi della Spezia, Taranto, Augusta e Brindisi. L’amministrazione aveva accolto solo parzialmente la richiesta per quanto riguardava gli arsenali e aveva negato l’accesso alla documentazione sulle navi e sui sommergibili, richiamando esigenze di riservatezza e sicurezza nazionale, oltre all’ampiezza della richiesta

l 13 febbraio 2020 il sindacato aveva chiesto il riesame del diniego, confermato il 4 marzo dal responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza del ministero della Difesa. La questione era stata sottoposta anche all’Anac, in relazione alla mancata pubblicazione delle mappature nella sezione dedicata alle informazioni ambientali. Il ministero aveva sostenuto che quei documenti non rientrassero negli obblighi di pubblicazione previsti dalla normativa sulle informazioni ambientali.

A distanza di oltre sei anni, la vicenda è approdata al procedimento penale che dovrà accertare le contestazioni relative alle aree demaniali e alle lavorazioni sulle unità navali.

Amianto, risarcimento a Lecce per il figlio di un ex militare della Marina

Il Tribunale di Lecce ha condannato il Ministero della Difesa a risarcire con 138.801 euro, oltre interessi, un orfano napoletano per la perdita del padre, ex militare della Marina Militare morto di mesotelioma pleurico.

Lo rende noto l’Osservatorio Nazionale Amianto.
    Originario anch’egli di Napoli, l’uomo aveva prestato servizio presso la base navale di Taranto e a bordo della nave Sagittario, con mansioni di fuochista e motorista navale, entrando in contatto con materiali contenenti amianto, all’epoca largamente utilizzati negli ambienti e negli impianti militari.

Durante il servizio, svolto tra il 1958 e il 1960, il militare era entrato in contatto con le fibre di amianto senza adeguate protezioni.
    Tra gli elementi emersi nella ricostruzione dell’esposizione figura anche l’utilizzo di una pezza di amianto in dotazione insieme al mitragliatore, a testimonianza di quanto il materiale fosse presente nelle attività quotidiane a bordo. Le conseguenze di quell’esposizione si sono manifestate dopo oltre cinquant’anni, quando l’uomo ha sviluppato un mesotelioma pleurico, una grave neoplasia che ne ha provocato la morte nel novembre 2016.

 Il giudice ha riconosciuto il collegamento tra l’esposizione e la patologia, accertando la responsabilità del Ministero della Difesa per la mancata adozione di adeguate misure di protezione e per l’assenza di informazioni sui rischi ai quali il militare era esposto. La sentenza, passata in giudicato, riconosce al figlio il risarcimento del danno non patrimoniale subito per la perdita del padre.
    “Il risarcimento ottenuto dal figlio rappresenta un riconoscimento concreto del danno subito per la perdita del padre. È una decisione importante anche per le tante famiglie che continuano a confrontarsi con le conseguenze dell’amianto e con percorsi giudiziari spesso lunghi e complessi”, dichiara l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto e legale della famiglia.