Archivi categoria: Sentenze

Amianto :Sentenze

Nel 2026, la giurisprudenza italiana sull’amianto ha prodotto sentenze cruciali che ampliano la tutela delle vittime e chiariscono le responsabilità penali e previdenziali.

Ecco i principali filoni delle sentenze emesse nei primi mesi del 2026:

Responsabilità Penale e Appalti

La Corte di Cassazione ha rafforzato i doveri di sicurezza nei cantieri, stabilendo che la semplice nomina di un Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP) non esonera il datore di lavoro dalle proprie responsabilità. 

  • Sentenza n. 5757 del 12 febbraio 2026: La Cassazione ha ribadito che il committente ha l’obbligo di fornire informazioni dettagliate sui rischi specifici dell’amianto agli appaltatori. Tale dovere rimane in capo a chi esercita poteri effettivi di decisione, e la redazione del DUVRI non basta a sollevare i vertici da colpe penali in caso di omessa informazione.
  • Caso Montefibre (Sentenza 15 dicembre 2025, pubblicata nel 2026): La Cassazione ha annullato parzialmente l’assoluzione di un direttore di stabilimento per morti da amianto, richiamando gli “obblighi positivi di tutela della vita” previsti dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. 
  • Vittime del Dovere e Militari
  • Una serie di pronunce ha esteso il riconoscimento dello status di “Vittima del Dovere” a nuove categorie di operatori esposti.
  • Caso Guardia di Finanza (23 aprile 2026): La Cassazione ha riconosciuto come vittima del dovere un finanziere di mare esposto per 30 anni all’amianto nelle motovedette, stabilendo un risarcimento di oltre 390.000 euro. Si tratta del primo caso storico per questa specifica categoria.
  • Diritti agli Orfani (aprile 2026): Diverse sentenze hanno garantito i benefici previdenziali ai figli di militari deceduti (come nel caso dell’Aeronautica Militare a Napoli), anche se non erano a carico al momento del decesso del genitore
  • Questioni Previdenziali e Prescrizione
  • Sul fronte dei benefici contributivi e delle pensioni, le sentenze del 2026 offrono maggiori garanzie procedurali ai lavoratori.
  • Prescrizione non rilevabile d’ufficio (Sentenza n. 9006 del 10 aprile 2026): La Cassazione ha chiarito che il giudice non può dichiarare d’ufficio la prescrizione del diritto alla rivalutazione contributiva se l’INPS non solleva esplicitamente l’eccezione.
  • Tetto dei contributi (Sentenza n. 1340 del 21 gennaio 2026): La Corte ha stabilito che la rivalutazione per esposizione all’amianto non può comunque superare il limite strutturale delle 2080 settimane utili per il calcolo della pensione. 
  • Malattie Professionali e Nesso Causale
  • Nesso Causale (Sentenza n. 6079 del 13 febbraio 2026): Confermata la responsabilità per mesotelioma e tumori multifattoriali quando la storia lavorativa e i criteri diagnostici dimostrano univocamente la correlazione con l’amianto.
  • Lavorazioni non tabellate (Sentenza n. 2387 del 4 febbraio 2026): In alcuni casi restrittivi, la Cassazione ha negato il riconoscimento di “malattia professionale” se la specifica lavorazione non rientra in quelle previste per legge, costringendo il lavoratore a ricorrere ad altre tutele
  • come “la causa di servizio”

Amianto :Sentenze

Amianto, vittoria storica per un finanziere di mare: la Cassazione lo riconosce vittima del dovere

Una vita in mare, una battaglia vinta: riconosciuti risarcimenti e vitalizi per circa 390mila euro

Porto Santo Stefano, è il caso di Apicella Claudio, I° M.llo vittima dell’amianto. Finalmente è stato riconosciuto ed è miracolosamente ancora in vita. Lo ha assistito, giorno dopo giorno, ormai da più di 12 anni, l’Avv. Ezio Bonanni che ha ottenuto un risultato storico. Si tratta del primo Finanziere di mare riconosciuti vittima del dovere.

Un uomo, una divisa, una vita passata in mare. E una battaglia lunga anni per vedere riconosciuta una verità: la malattia contratta non è stata una fatalità, ma il prezzo del servizio. Oggi quella verità è definitiva.

Dopo tre gradi di giudizio, la Corte di Cassazione ha chiuso il caso di Claudio Apicella, 78 anni, residente a Porto Santo Stefano, in provincia di Grosseto, confermando in via definitiva il riconoscimento dello status di vittima del dovere per l’ex finanziere di mare. Apicella è stato esposto all’amianto durante il servizio sulle unità navali della Guardia di Finanza di Taranto, Palermo e Porto Santo Stefano.

La decisione non riguarda soltanto il suo caso personale, ma apre una strada concreta per centinaia di militari che, per anni, hanno lavorato a bordo di navi e motovedette della Guardia di Finanza senza piena consapevolezza dei rischi legati alla presenza di amianto.

Una vittoria costruita grado dopo grado

La battaglia giudiziaria di Claudio Apicella si è conclusa con una vittoria piena. Il Tribunale di Grosseto aveva riconosciuto il diritto allo status di vittima del dovere e ai benefici previsti dalla legge. La Corte d’Appello di Firenze aveva confermato quel riconoscimento. Ora la Corte di Cassazione ha respinto definitivamente il ricorso dei Ministeri dell’Economia e dell’Interno, rendendo irrevocabile la decisione.

I giudici hanno ritenuto pienamente attendibili gli accertamenti tecnici: la malattia, placche pleuriche e asbestosi, è stata causata dall’esposizione alla fibra killer durante il servizio.

l prezzo del servizio

Per oltre trent’anni Claudio Apicella ha lavorato come motorista e direttore di macchina in ambienti chiusi, tra vani motore, tubazioni e coibentazioni. Luoghi dove l’amianto era presente in modo diffuso e spesso invisibile.

Le sentenze hanno riconosciuto che quel servizio, svolto anche in attività operative di contrasto al contrabbando, al traffico di droga e all’immigrazione clandestina, lo ha esposto a un rischio concreto e prolungato, con conseguenze permanenti sulla salute.

Una battaglia lunga e non scontata

Quella di Claudio Apicella non è stata una vittoria immediata. Nonostante il riconoscimento già in primo grado, le amministrazioni competenti hanno proseguito il contenzioso nei successivi gradi di giudizio, costringendo il militare ad affrontare una lunga battaglia legale durata anni.

Un percorso complesso, segnato non solo dalla difficoltà di far valere i propri diritti, ma anche dall’amarezza di non vedere riconosciuta, sin da subito, la propria condizione da parte delle stesse istituzioni che aveva servito per una vita.

Il riconoscimento economico

Ad Apicella dovranno essere riconosciuti tutti i benefici economici previsti per le vittime del dovere, compresi gli arretrati maturati a partire dal 2015. Tra assegni vitalizi e somme spettanti, il riconoscimento economico supera complessivamente i 390.000 euro.

Un risultato che rappresenta non solo un ristoro economico, ma soprattutto il riconoscimento di un danno subito nello svolgimento del proprio servizio. Oggi questa decisione apre una strada: per chi ha servito, per chi si è ammalato, per chi ancora attende giustizia.

Amianto nell’esercito: indennizzo da 100mila euro ciascuno per i figli di un maresciallo

Leopoldo Di Vico, meccanico e manutentore di mezzi corazzati, è morto nel 2015 dopo una lunga malattia

La corte di Appello di Roma ha condannato il ministero della Difesa a riconoscere ai figli del maresciallo Leopoldo Di Vico i benefici previsti per le vittime del dovere. Giuseppe e Mario, finora esclusi perché non risultavano “a carico” al momento della morte del padre, ottengono così un indennizzo di 100 mila euro ciascuno, e il diritto all’assegno vitalizio per un importo di 800 euro mensili. 

Il maresciallo Leopoldo Di Vico 

Originario di Caserta ma residente con tutta la famiglia a Marcellina (comune della provincia nord est di Roma), il maresciallo Leopoldo Di Vico, ha prestato servizio nell’esercito italiano dal 1978 al 2013 come meccanico e manutentore di mezzi corazzati, operando per anni a contatto con componenti contenenti amianto, in ambienti non adeguatamente bonificati. Il militare, che svolto attività sia in Italia sia nelle missioni nei Balcani, è morto nel 2015 dopo una lunga malattia causata dall’esposizione ad amianto e ad altre sostanze nocive durante il servizio. Nel 2018 il Ministero della Difesa aveva già riconosciuto la dipendenza della malattia da causa di servizio.

Orfani di vittima del dovere

I figli per anni hanno atteso che fosse riconosciuto anche a loro ciò che spettava come orfani di una vittima del dovere. Nonostante questo riconoscimento, ai figli erano stati negati i benefici economici perché, al momento del decesso, avevano già iniziato a lavorare. Una condizione formale che li aveva esclusi dalle tutele previste per gli orfani delle vittime del dovere, costringendo la famiglia a una nuova battaglia giudiziaria.

Risarcimento danni alla vedova e ai figli

In precedenza il Tar aveva accertato la responsabilità dell’amministrazione per l’insorgenza della patologia tumorale. Successivamente il tribunale civile aveva riconosciuto il risarcimento del danno alla vedova e ai figli. Con la decisione della corte di Appello che si fonda sul principio, ribadito dalle Sezioni Unite, secondo cui il diritto all’assegno vitalizio non può essere escluso per il solo fatto che i figli non fossero fiscalmente a carico al momento della morte si chiude ora il capitolo relativo ai diritti previdenziali degli orfani, un passaggio importante che restituisce dignità e completezza a un riconoscimento rimasto finora parziale.

Tutelare la salute del proprio personale

La sentenza richiama anche un principio fondamentale: l’amministrazione, in qualità di datore di lavoro, ha l’obbligo di tutelare la salute del proprio personale, adottando tutte le misure necessarie per prevenire i rischi, anche in contesti operativi complessi. “Quando un militare muore per le conseguenze del servizio, la sua famiglia non può essere lasciata a metà strada – dichiara l’avvocato Ezio Bonanni, presidente Osservatorio Nazionale Amianto e legale della famiglia. Essere o non essere “a carico” non cambia il fatto che si resta figli di un uomo morto per aver servito lo Stato. La tutela deve essere piena, non parziale. È un principio di equità prima ancora che di diritto”.

Eternit Bis, l’incubo prescrizione per altri morti con l’allungamento dei tempi del processo

La sentenza d’Appello a Torino lo scorso annoha portato il numero dei casi a 91: almeno sei decessi tra maggio e settembre 2011 destinati a prescriversi entro fine 2026

Amianto:Sentenze

Amianto nella Marina, doppia condanna per Ministero Difesa : Tribunale civile e Tar stabiliscono risarcimenti e riapertura caso

Amianto nella Marina, doppia condanna per Ministero Difesa : Tribunale civile e Tar stabiliscono risarcimenti e riapertura caso

Due condannedue giudici diversiuna sola responsabilità: quella del Ministero della Difesa per la morte di un militare esposto all’amianto durante il servizio nella Marina Militare che aveva prestato servizio nella Marina Militare tra il 1966 e il 1971imbarcato su unità navali di vecchia generazione. Per cinque anni ha vissuto e lavorato in ambienti saturi di amianto: nei locali motori, nei corridoi, nelle condotte e negli spazi comuni. Fibre invisibili, respirate giorno e notte, senza alcuna protezione. La pericolosità dell’amianto era già nota, ma nessuna misura era stata adottata per tutelare la salute del personale. Solo nel 2018, tre anni dopo la sua morte, è arrivato il riconoscimento della causa di servizio, poi confermato nel 2019.

È un passaggio giuridico rilevante quello che emerge dalle recenti decisioni che riguardano la vicenda di C.C., sottocapo nocchiere deceduto il 19 agosto 2015 per mesotelioma pleurico, una patologia strettamente correlata all’esposizione alla fibra killer. Una doppia condanna per la stessa vicenda che vede il Ministero della Difesa rispondere due volte per la sua morte.

Dopo la prima sentenza del Tribunale civile di Roma, che ha riconosciuto oltre un milione di euro di risarcimento ai familiari – la vedova e due figlie – è intervenuto anche il TAR del Lazio, che ha disposto un ulteriore risarcimento pari a 168mila eurorafforzando così il quadro delle responsabilità dell’Amministrazione.

Il caso rappresenta un passaggio significativo nella giurisprudenza sull’amianto nelle Forze armate, evidenziando come la stessa vicenda possa dar luogo a diversi livelli di responsabilità, civile e amministrativa.

Parallelamente, la Corte di Cassazione ha riaperto il contenzioso relativo a una delle figlie della vittimanon fiscalmente a carico, e disponendo un nuovo esame della causa presso la Corte d’Appello di Brescia dove la donna vive.

Morto per amianto, risarcimenti per oltre un milione agli eredi di un militare

Originario del Casertano, due condanne emesse da Tribunale civile e Tar Lazio

E’morto respirando amianto senza alcuna protezione, lavorando per lo Stato: a distanza di anni, arriva una doppia condanna per il Ministero della Difesa e una nuova possibilità di giustizia per la figlia della vittima, un sottocapo nocchiere della Marina Militare di Caserta, deceduto il 19 agosto 2015 per mesotelioma pleurico, una patologia strettamente legata all’esposizione alla fibra killer durante il servizio.
    A renderlo noto è l’Osservatorio Nazionale Amianto per il quale si tratta di due sentenze, emesse da due giudici diversi, ma che individuato una sola responsabilità: quella dell’Amministrazione.

Dopo la prima condanna del Tribunale civile di Roma, che ha riconosciuto oltre un milione di euro di risarcimento ai familiari, è intervenuto anche il Tar del Lazio, che ha disposto un ulteriore risarcimento di 168mila euro, rafforzando ulteriormente il quadro delle responsabilità.
    Ma la vicenda non si ferma qui.

La Corte di Cassazione ha infatti riaperto il contenzioso relativo a una delle figlie della vittima, anch’essa originaria del territorio casertano, che non risultava fiscalmente a carico del padre e che per questo si era vista negare ogni riconoscimento nei precedenti gradi di giudizio.

Una decisione che segna un passaggio importante: la Suprema Corte ha stabilito che la sua posizione dovrà essere riesaminata nel merito, disponendo un nuovo giudizio presso la Corte d’Appello di Brescia, competente per territorio in quanto la donna oggi risiede a Cremona.
    Un pronunciamento che supera una lettura meramente formale del concetto di familiare “a carico”, aprendo alla possibilità di riconoscere i diritti anche a chi, pur non rientrando nei parametri fiscali, ha subito una perdita diretta e gravissima.

Amianto : Sentenze

Maxi processo Eternit, Cassazione annulla sentenza Corte d’appello per problema di traduzione

Gli ermellini hanno stabilito che i giudici piemontesi dovranno tradurre la sentenza in una lingua nota all’imputato (in questo caso il tedesco)

È’ stata annullata dalla Cassazione per un problema di traduzione la sentenza con cui la Corte di appello di Torino, il 17 aprile 2025, condannò l’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny a nove anni e sei mesi di reclusione per le morti provocate dall’amianto lavorato dalla Eternit a Casale Monferrato (Alessandria).

Gli ermellini hanno stabilito che i giudici piemontesi dovranno tradurre la sentenza in una lingua nota all’imputato (in questo caso il tedesco). Il processo è uno di quelli scaturiti dalla maxi-inchiesta sulla Eternit avviata dalla procura di Torino nel 2004.

Nel primo era stato contestato il disastro ambientale ma nel 2015 il reato fu dichiarato prescritto dalla Suprema Corte.

In questo filone Schmidheiny è stato giudicato colpevole, in appello, di omicidio colposo, a fronte di una richiesta di condanna per omicidio con dolo eventuale.

L’imputato è assistito dall’avvocato Astolfo Di Amato, che potrà nuovamente ricorrere in Cassazione sul merito.

L’imprenditore, che aveva gestito lo stabilimento Eternit di Casale dal 1976 al 1986, era accusato di omicidio colposo plurimo aggravato per la morte di 91 persone, a fronte delle 392 vittime contestate in primo grado.

Parte civile: siamo amareggiati da allungamento dei tempi

“Prendiamo atto di questa decisione della Cassazione, di cui siamo rammaricati perché, significa perdere altro tempo prezioso e con la prescrizione altri casi contestati cadranno nel frattempo – afferma all’Adnkronos l’avvocata Laura D’Amico, storico legale di parte civile in tutte le vicende processuali riguardanti l’Eternit – La vicenda Eternit è tragica, sia sul piano dei fatti, per le migliaia di morti, sia sul piano processuale”.

Eternit bis, l’industriale Schmidheiny condannato a 12 anni

La sentenza al processo per la morte di 392 persone esposte all’amianto nel territorio di Casale Monferrato

7 giugno 2023

L’industriale svizzero Stephan Schmidheiny è stato condannato a 12 anni di carcere per le morti legate all’amianto, il reato è stato derubricato da omicidio volontario con dolo eventuale a omicidio colposo. Questa la sentenza in Corte d’Assise a Novara del processo Eternit bis per la morte di 392 persone vittime dell’esposizione al minerale nel territorio di Casale Monferrato. Schmidheiny è stato condannato anche a pagare 50 milioni di euro di risarcimento al Comune di Casale, 30 milioni allo Stato italiano e centinaia di milioni ai familiari delle vittime.

Amianto :Sentenze

Palermo, operai uccisi dall’amianto: condannati due ex dirigenti della Fincantieri

La corte di appello ha condannato a 2 anni Giuseppe Cortesi e Antonino Cipponeri

Morti per amianto al cantiere navale di Palermo, assoluzioni annullate

Processo da rifare per le morti per amianto al Cantiere navale di Palermo. La Corte di Cassazione ha annullato il verdetto della Corte d’Appello del capoluogo siciliano che aveva assolto gli imputati, condannati in primo grado, per la morte di 39 operai avvenuta per aver respirato fibre di amianto durante il loro lavoro presso lo stabilimento di Fincantieri di Palermo. Ora dovrà celebrarsi un nuovo processo di appello che dovrà prendere atto dei principi stabiliti dalla Cassazione.

Amianto : Sentenze

Palermo, il Comune deve risarcire con 2 milioni di euro i familiari dell’operaio morto per l’amianto

Le sentenze del giudice del lavoro e del tribunale civile riconoscono il nesso causale per l’uomo che ha lavorato dal 1990 al 1996 nel cantiere municipale di via Tiro a Segno alla manutenzione delle cisterne

comune di Palermo dovrà risarcire con quasi due milioni di euro i familiari di un operaio municipale deceduto a causa dell’esposizione prolungata all’amianto. La vittima ha lavorato dal 1990 al 1996 presso il cantiere comunale di via Tiro a Segno, occupandosi della manutenzione di cisterne e recipienti idrici installati in scuole e uffici pubblici, manufatti realizzati all’epoca quasi esclusivamente in eternit.

La vicenda giudiziaria trae origine dalla diagnosi di «mesotelioma pleurico maligno» ricevuta dall’uomo nel 2005, patologia che l’Inail ha ufficialmente riconosciuto come malattia professionale. Dopo una lunga battaglia contro il male, il dipendente è scomparso nel 2017 all’età di 53 anni. I familiari, assistiti dall’avvocato Lucia Linda Giglia, hanno intrapreso due distinti percorsi legali per ottenere giustizia.

La prima decisione è arrivata dal giudice del lavoro Dante Martino, che ha condannato l’amministrazione comunale a risarcire la moglie e i figli della vittima con circa 500 mila euro a titolo di danno biologico. Successivamente, la terza sezione civile del tribunale di Palermo, presieduta dal giudice Cinzia Ferreri, ha emesso una seconda sentenza che impone al Comune un ulteriore risarcimento di un milione e mezzo di euro in favore dei parenti, inclusi i fratelli del lavoratore. Complessivamente, l’ente locale dovrà sborsare una cifra vicina ai due milioni di euro per le responsabilità legate alla mancata tutela della salute del dipendente.

Amianto:Sentenze

Amianto, maxi condanna a Ministero Interno: oltre un milione a familiari vigile fuoco spezzino (rassegna stampa).

Il Tribunale di Genova ha condannato il Ministero dell’Interno a risarcire con circa un milione di euro la famiglia di un vigile del fuoco di La Spezia morto a causa dell’esposizione professionale all’amianto. La giudice Valentina Cingano ha riconosciuto un’esposizione massiccia, continuativa e non occasionale, avvenuta non solo durante gli interventi, ma anche nelle attività quotidiane e di addestramento.

È emerso che per anni sono stati utilizzati dispositivi di protezione contenenti amianto (tute, guanti, coperte, maschere) senza adeguata informazione sui rischi. La sentenza riconosce il risarcimento anche ai nipoti del lavoratore, sottolineando la gravità del danno.

Palermo | Amianto e vittime del dovere, svolta sui diritti degli orfani: la Corte d’Appello dà ragione a Fabio Barone

Con la sentenza del 22 gennaio è stato applicato il principio delle sezioni unite: stop alla discriminazione degli orfani non a carico fiscale

Importante decisione della Corte d’Appello di Palermo in materia di tutela dei familiari delle vittime del dovere.

Con una sentenza pronunciata il 22 gennaio 2026, la sezione lavoro ha accolto l’appello di Fabio Baronefiglio della vittima del dovere Biagio Baronedeceduto per un carcinoma renale causato dall’esposizione a sostanze cancerogene e tossico nocive, riconoscendo il diritto ai benefici previsti dalla legge anche in assenza del requisito del carico fiscale e condannato il ministeri della Difesa e dell’Interno a riconoscere le provvidenze economiche spettanti agli orfani di vittime del dovere, superando una interpretazione restrittiva che per anni ha escluso numerosi familiari da tali tutele.

Barone, trapanese di 34 anni, rimasto orfano a 27, aveva chiesto il riconoscimento dei benefici previsti dalla normativa speciale a tutela dei familiari dei servitori dello stato deceduti in servizio.

La sua domanda era stata inizialmente respinta sul presupposto che non fosse fiscalmente a carico del padre al momento del decesso. La Corte d’Appello di Palermo ha riformato la sentenza di primo grado del Tribunale di Trapani riconoscendo che la condizione del carico fiscale non può essere utilizzata per negare diritti che la legge riconosce agli orfani in quanto tali.

Amianto : Sentenze

Operai uccisi dall’amianto, chiesta la condanna per gli ex dirigenti Fincantieri

La procura generale di Palermo ha chiesto la condanna a un anno di Giuseppe Cortesi, ex dirigente di Fincantieri accusato di omicidio colposo nel processo sui decessi per esposizione all’amianto degli operai di Fincantieri di Palermo. Inizialmente il processo riguardava 10 decessi e 5 casi di lesioni gravissime.

Il procedimento, nel 2018, aveva portato alla condanna di Cortesi e del coimputato, Antonino Cipponeri. In appello entrambi erano stati assolti, ma la Cassazione ha annullato la sentenza rinviando a una nuova sezione della corte. La procura generale aveva impugnato la sola posizione di Cortesi, da qui la richiesta di condanna solo a suo carico. L’affermazione della responsabilità penale di entrambi gli ex dirigenti è stata chiesta, invece, dal legale delle parti civili, le famiglie degli operai morti e la Fiom, l’avvocato Fabio Lanfranca.

Quello per cui è stata pronunciata la requisitoria è solo uno delle decine di processi per le morti da amianto alla Fincantieri di Palermo. Le prime iscrizioni nel registro degli indagati degli ex dirigenti (erano tre, nel frattempo uno è morto) risalgono al 2001. La prima sentenza di condanna, unica definitiva, è stata emessa nel 2010 ed è passata in giudicato nel 2014. Sono ancora pendenti, alcuni in appello dopo rinvio dalla Cassazione, almeno altri 13 procedimenti per lesioni e omicidi colposi, reati nella stragrande maggioranza dei casi già prescritti.

Palermo, la strage dell’amianto: centinaia di morti e solo un processo chiuso

Una strage silenziosa durata decenni con centinaia di vittime, decine di procedimenti penali, uno solo concluso con sentenza definitiva. Se fosse possibile rappresentare con un unico esempio i problemi della giustizia italiana basterebbe citare il caso degli operai morti alla Fincantieri di Palermo. Avere un numero esatto dei decessi è molto complicato perchè il tempo di latenza delle malattie contratte con l’inalazione e il contatto con l’amianto usato nella costruzione delle navi è lunghissimo e le patologie possono manifestarsi anche dopo 30 anni. Ma da una stima, che non tiene conto dei casi del tempo in cui non esisteva neppure il sospetto del nesso causale tra esposizioni all’amianto e l’insorgere delle malattie, dal 1990 a perdere la vita o ad
ammalarsi di patologie gravemente invalidanti come l’asbestosi, nello stabilimento del capoluogo, sarebbero state oltre 220 persone.

Le prime iscrizioni nel registro degli indagati dei tre ex dirigenti di Fincantieri che si sono succeduti nel tempo, Antonino Cipponeri, Giuseppe Cortesi e Luciano Lemetti (quest’ultimo nel frattempo è deceduto), sono del 2001. Il primo processo si è concluso con condanne severe e riconoscimento di provvisionali alle vittime o ai loro familiari nel 2010 e ormai ha il suggello della Cassazione, un passaggio fondamentale per poter intraprendere l’azione civile di risarcimento del danno.

Tutti gli altri procedimenti – 14 al momento – sono ancora pendenti tra condanne in primo grado sconfessate in appello e annullamenti in Cassazione di sentenze che sostenevano, nonostante autorevoli perizie e testimonianze di centinaia di operai, che alla Fincantieri di Palermo l’amianto non si usava più dal 1981. Poi ci sono stati cambi di giudici che hanno comportato l’azzeramento dei processi e rinvii vari: ordinaria amministrazione per la giustizia italiana che si è tradotta in mancate risposte per le vittime e nella prescrizione di tutti i reati di lesioni.

«Nonostante si sia tentato di dire il contrario, anche in sentenza, è ormai assodato che alla Fincantieri di Palermo c’è stato uno straordinario inquinamento ambientale per anni», dice l’avvocato Fabio Lanfranca che ha difeso le famiglie di decine di vittime e la Fiom. «Mi preme sottolineare – dice il legale – un dato positivo: pur se in tempi lunghi, una risposta dalla
giustizia c’è stata sia in termini di accertamento delle responsabilità penali che in termini di riconoscimento delle provvisionali per le vittime».

Ma restano i numeri: sono ancora centinaia le parti civili che non hanno avuto una risposta definitiva dalla giustizia. Ad esempio uno dei primi processi, concluso in primo grado nel 2015, dopo l’annullamento con rinvio della Cassazione è ancora davanti alla corte d’appello. Stessa cosa per quello recentemente discusso dalla procura generale che ha chiesto la condanna a un anno solo di Cortesi (la parte civile ha chiesto anche quella di Cipponeri). E sparsi ancora tra il tribunale e l’ufficio gip di Palermo si contano ancora 12 procedimenti.

Amianto : Sentenze

Amianto in aeroporto: Tar condanna ministero a risarcire maresciallo dell’aeronautica

Accertata l’esposizione prolungata anche su basi e aeroporti militari a Guidonia e Pratica di Mare

Il Tar del Lazio ha condannato il ministero della Difesa al risarcimento dei danni in favore del maresciallo dell’aeronautica militare Nicola Panei, riconoscendo la responsabilità dell’amministrazione per l’esposizione prolungata e non protetta all’amianto durante il servizio. Il tribunale ha accertato che l’amianto era utilizzato in modo diffuso e indiscriminato non solo sugli aeromobili, ma anche nelle infrastrutture e negli aeroporti militari, determinando gravi conseguenze sulla salute del militare.

La sentenza

Nicola Panei risiede a Fara Sabina (Rieti), è tra i fondatori dell’Osservatorio Nazionale Amianto ed è componente del comitato direttivo nazionale fin dalla sua costituzione. Secondo la decisione del tribunale l’uomo – in servizio nell’aeronautica militare per 27 anni – è stato esposto continuativamente a fibre di amianto senza che fossero adottate adeguate misure di prevenzione e protezione, accertando la violazione dell’obbligo di tutela della salute del lavoratore da parte del ministero della Difesa. L’esposizione è avvenuta sia tramite indumenti e dispositivi contenenti amianto, sia per la presenza del materiale negli aeromobili e nelle strutture militari, comprese le coperture degli edifici aeroportuali.

Aeroporti di Guidonia e Pratica di Mare

Il Tribunale ha riconosciuto il nesso causale tra l’attività lavorativa svolta e le patologie diagnosticate, in particolare asbestosi, broncopneumopatia cronico-ostruttiva e sindrome ansioso-depressiva reattiva. La decisione riveste un rilievo particolare perché individua specifici luoghi di servizio contaminati della regione Lazio, tra cui l’aeroporto militare di Pratica di Mare e quello di Guidonia, dove Panei ha prestato servizio fino al congedo confermando la presenza strutturale dell’amianto nelle basi operative dell’aeronautica.

Risarcimento del danno

E’ stato riconosciuto al militare il risarcimento del danno non patrimoniale, quantificato in oltre 33.000 euro, oltre interessi, e la Difesa dovrà pagare le spese processuali. “E’ un primo punto di svolta dopo quasi vent’anni di battaglia legale, una decisione di grande rilievo, che sancisce la fondatezza di quanto l’ONA denuncia da tempo. Tuttavia, non possiamo non rilevare come l’importo del risarcimento risulti irrisorio se rapportato alla compromissione della salute, alle sofferenze fisiche e psicologiche patite e al rischio concreto di ulteriori e più gravi evoluzioni patologiche – dichiara Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale Amianto e legale del maresciallo -. Questa decisione rappresenta sì un passo importante, ma conferma quanto sia ancora lunga la strada per un pieno riconoscimento dei diritti delle vittime dell’amianto nelle forze armate

Militare fa causa alla Marina: “A contatto con l’amianto”. Riconosciuta l’infermità

Una battaglia con lo Stato durata 10 anni, alla fine la Corte dei Conti gli concede la pensione privilegiata per una patologia legata all’esposizione.

Ancona, 19 gennaio 2026 – Aveva servito lo Stato in divisa, a bordo delle navi della Marina militare. Anni trascorsi tra sale macchine, tubazioni coibentate, locali tecnici dove l’amianto era parte dell’arredamento. Non dichiarato, non segnalato. Solo fibre invisibili. Poi la malattia. E una seconda guerra, senza uniforme. È la storia di un ex militare che ha combattuto per oltre dieci anni contro lo stesso Stato che aveva servito, armato solo di cartelle cliniche, referti e pazienza. Una lunga battaglia amministrativa, fatta di dinieghi e silenzi, culminata solo ora in sede giudiziaria: la Corte dei Conti delle Marche ha riconosciuto il suo diritto alla pensione privilegiata vitalizia di ottava categoria (Tabella A) per una patologia riconducibile all’esposizione professionale a fibre di amianto durante il servizio in Marina militare. E il Ministero della Difesa ne esce sconfitto.

Congedato nel 1997, l’ex militare aveva prestato servizio per anni su unità navali dove l’amianto era diffusamente utilizzato: coibentazioni, tubazioni, apparati tecnici. All’epoca nessun allarme, nessuna protezione specifica. Solo un’esposizione costante che, come spesso accade, presenta il conto a distanza di tempo. Quando nel 2014 chiede il riconoscimento della dipendenza da causa di servizio e la concessione della pensione privilegiata, inizia il calvario. Dopo un iter durato anni, nel 2017 il Ministero della Difesa chiude la pratica: per l’Amministrazione l’infermità accertata non sarebbe ascrivibile ad alcuna categoria pensionistica, ritenuta di modesta entità. Passano gli anni, la salute non migliora, ma il diniego resta.

Fino al 2024, quando l’ex militare decide di giocare l’ultima carta e porta tutto davanti alla Corte dei Conti, chiedendo una valutazione indipendente. È la consulenza tecnica d’ufficio a ribaltare la ricostruzione ministeriale. La diagnosi corretta viene individuata in una pneumopatia asbesto-correlata con ispessimenti sub-pleurici, accompagnata da un danno anatomico e funzionale permanente, non migliorabile, direttamente collegato all’esposizione professionale all’amianto durante il servizio in Marina militare. La Corte accoglie così parzialmente il ricorso e riconosce il diritto alla pensione privilegiata vitalizia di ottava categoria, smentendo la linea del Ministero.

Ma nella sentenza c’è anche una postilla amara: la prescrizione quinquennale sui ratei arretrati. Una parte delle somme maturate è andata perduta per il tempo trascorso tra i dinieghi amministrativi e il ricorso giudiziario. Il Ministero della Difesa dovrà comunque corrispondere i ratei maturati entro il quinquennio precedente al deposito del ricorso, oltre a 1.500 euro di spese legali.

«L’amianto portato in casa dalle divise»: il Ministero dell’Interno condannato a risarcire la moglie tarantina di un militare

Riconosciuta una contaminazione domestica indiretta, avvenuta attraverso la manipolazione degli indumenti da lavoro del marito, invalido al 100% per l’esposizione all’amianto

Il tribunale civile di Roma ha condannato il ministero della Difesa al risarcimento dei danni in favore della moglie del luogotenente Leonardantonio Mastrovito, militare della Marina Militare riconosciuto vittima del dovere e invalido al 100% per patologie contratte a causa dell’esposizione ad amianto e ad altre sostanze altamente nocive durante oltre trent’anni di servizio, comprese missioni all’estero e nei Balcani. Lo rende noto l’Osservatorio nazionale amianto (Ona). Disposto un risarcimento di oltre 65 mila euro.

Entrambi sono attualmente residenti a Taranto – si legge in una nota -. Il giudice ha riconosciuto che l’esposizione professionale del militare a amianto, uranio impoverito e altri agenti tossico-nocivi ha determinato una contaminazione domestica indiretta della moglie, avvenuta attraverso la manipolazione degli indumenti da lavoro e delle divise, riconoscendo un chiaro nesso causale con le gravi patologie della donna». L’Ona aggiunge che «il Tribunale ha ritenuto provata la responsabilità della Difesa per non aver adottato tutte le misure necessarie a tutelare la salute dei militari e, indirettamente, dei loro familiari. Nella motivazione, il giudice richiama in modo esplicito il principio della “contaminazione domestica», evidenziando come la letteratura scientifica riconosca da tempo casi di asbestosi proprio nelle mogli dei lavoratori esposti all’amianto, contaminate tramite il contatto con gli abiti da lavoro.

Amianto : Sentenze

Una sentenza che parla chiaro: l’amianto non è un destino, è una responsabilità

Non è solo una condanna economica. È una sentenza che fa giurisprudenza, che scolpisce nero su bianco ciò che per anni è rimasto confinato nelle denunce dei lavoratori e nei dossier degli esperti: l’amianto nei traghetti ferroviari delle Ferrovie dello Stato era presente, pericoloso e conosciuto. Il Tribunale di Messina lo afferma senza esitazioni, riconoscendo il nesso causale tra l’attività lavorativa svolta e la morte di un ex dipendente di Rete Ferroviaria Italiana, deceduto per mesotelioma pleurico.
Il cuore della decisione sta tutto lì: il giudice accerta la responsabilità datoriale. Non una colpa generica, non un rischio inevitabile, ma una violazione precisa e documentata degli obblighi di tutela imposti dall’articolo 2087 del Codice civile. La sentenza afferma che l’azienda non ha adottato tutte le misure necessarie a proteggere il lavoratore, pur in presenza di un rischio noto e scientificamente accertato da tempo.
È questo il passaggio che segna un punto di non ritorno. Il Tribunale non si limita a constatare la malattia e il decesso, ma ricostruisce il contesto lavorativo, le mansioni svolte, la durata dell’esposizione, l’assenza di adeguati dispositivi di protezione. Vent’anni di servizio sui traghetti ferroviari, tra il 1977 e il 2001, in ambienti contaminati da fibre di amianto: un’esposizione continua, sistematica, incompatibile con qualsiasi concetto moderno di sicurezza sul lavoro.

La sentenza è netta anche sul piano probatorio. Il mesotelioma pleurico viene ricondotto in modo diretto all’esposizione professionale, senza margini di ambiguità. Il nesso causale è riconosciuto in maniera piena, respingendo implicitamente quella strategia difensiva che per decenni ha tentato di diluire le responsabilità, attribuendo la malattia a concause generiche o a fattori extra-lavorativi.
Il risarcimento disposto – circa 1,2 milioni di euro agli eredi – non è solo una cifra. È la traduzione economica di una colpa giuridica accertata, che tiene conto sia dei danni patrimoniali sia di quelli non patrimoniali, riconoscendo l’impatto devastante della malattia sull’intero nucleo familiare. Moglie e figli non vengono trattati come comparse, ma come soggetti lesi da una condotta aziendale omissiva.
Ancora più rilevante è il valore sistemico della pronuncia. Il giudice inserisce questa vicenda in un quadro più ampio, coerente con precedenti analoghi, rafforzando un orientamento giurisprudenziale che riconosce l’amianto come rischio strutturale e non accidentale in determinati contesti lavorativi. Non si tratta di un errore isolato, ma di una gestione storicamente inadeguata della sicurezza.
Questa sentenza, dunque, fa memoria. Smonta la narrazione dell’inevitabilità, rompe il silenzio che ha protetto per troppo tempo le grandi strutture industriali, restituisce centralità alla tutela della persona che lavora. Arriva tardi, come spesso accade nelle cause da amianto, ma arriva con parole chiare, difficili da aggirare.
E proprio per questo pesa. Pesa sul presente e sul futuro di RFI e di tutte le aziende che hanno ereditato un passato fatto di esposizioni taciute. Pesa come monito: la giustizia può essere lenta, ma quando arriva non ammette più rimozioni. Qui non c’è un destino crudele, c’è una responsabilità accertata. E una sentenza che lo dice, finalmente, senza più sconti.