Archivi categoria: Sentenze

Amianto : Sentenze

Dopo 50 anni condannato medico a Torino per morti amianto

Un ottantacinquenne era rimasto l’unico imputato nel processo

Un medico di 85 anni è stato condannato dal Tribunale di Torino per omicidio colposo a un anno e sei mesi di reclusione, per il decesso di 8 dei 16 operai delle Officine grandi riparazioni di Torino che negli anni Settanta si sono ammalati e sono morti a causa dell’amianto.
    Come libero professionista tra il 1970 e il 1979 venne chiamato dalle Ferrovie come consulente esterno.

L’inchiesta era partita un decennio dopo dall’allora procuratore aggiunto Raffaele Guariniello e il medico è rimasto l’unico imputato visto che gli altri erano morti nel frattempo.
    All’85enne difeso dagli avvocati Alberto Mittone e Fabiana Francini, la procura contestava di “non aver sottoposto i lavoratori a visite mediche allo scopo di accertarne l’idoneità fisica e non aver ripetuto le visite a intervalli regolari” e che in qualità di consulente non avrebbe svolto “il proprio ruolo di controllo, vigilanza e segnalazione rispetto all’inadempimento degli obblighi e rimedi previsti dalla legge” per evitare la presenza di amianto.
    Per lui il pubblico ministero Elisa Buffa aveva chiesto una condanna complessiva a 3 anni e 2 mesi.

Amianto killer alle Ogr, condanna 50 anni dopo

Morti di amianto Eternit a Cavagnolo, colpo di scena in Cassazione: annullata la condanna a Schmidheiny e processo (di nuovo) da rifare

Sentenza annullata e grande sconcerto da parte di chi ha a cuore i familiari delle vittime e ora teme la prescrizione

Per quelle due persone morte d’amianto a Cavagnolo, una nel 2008 e una nel 2012, si erano già celebrati quattro processi. Il quinto, terminato ieri, venerdì 21 marzo 2025, davanti alla corte di Cassazione, sarebbe potuto essere l’ultimo. E invece non sarà così: i giudici, infatti, hanno annullato la sentenza di condanna a un anno e otto mesi di carcere per il magnate svizzero dell’amianto Stephan Schmidheiny. Ora dovrà essere di nuovo giudicato dalla corte d’Appello di Torino. 

Le vittime

La vicenda riguarda la morte di per asbestosi di un dipendente dello stabilimento Saca a Cavagnolo, azienda parte del gruppo Eternit (di cui Schmidheiny è proprietario), e di una contadina del paese. Schmidheiny è accusato di omicidio colposo. I lavoratori e non solo non sarebbero stati adeguatamente protetti dai pericoli dell’amianto e informati sui rischi. 

I processi

In primo grado, l’imputato era stato condannato a quattro anni. Nel primo processo d’appello, la pena era stata ridotta a un anno e otto mesi. Poi la corte di Cassazione aveva chiesto un nuovo processo di secondo grado, terminato a dicembre 2024 con la conferma della pena (e una modifica delle provvisionali da pagare alle parti civili). Adesso, di nuovo, è tutto da rifare, per ragioni che saranno rese note nelle prossime settimane, con la pubblicazione delle motivazioni della sentenza. 

Lo sconcerto 

“Ora il rischio è che tutto venga stralciato dalla scure della prescrizione – commenta amareggiato l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’osservatorio nazionale amianto (Ona) e legale dei familiari delle vittime – Il nostro impegno proseguirà in tutte le competenti sedi, per la bonifica, la messa in sicurezza, la tutela medica e risarcitoria di tutte le vittime”. 

Aggiunge Massimiliano Quirico di Sicurezza e lavoro: “In attesa di conoscere le motivazioni, ci auguriamo che la decisione della Suprema Corte sul processo Eternit Bis di Cavagnolo non influenzi il giudizio d’appello per altre 392 vittime in corso a Torino, che dovrebbe arrivare a sentenza il 17 aprile 2025”. 

Amianto : Sentenze

Militare a Teulada, ucciso dall’amianto: maxi risarcimento e vitalizio alla vedova

Francesco Maria Cairo esposto al materiale killer durante la naja tra ‘68 e ‘69. A distanza di decenni, e dopo la morte, condannato il ministero della Difesa: deve versare 285 mila euro una tantum e 2000 al mese. Ma lo Stato impugna il verdetto

Ha fatto la naja nella Scuola della Motorizzazione alla Cecchignola, poi al Centro Addestramento Unità Corazzate di Capo Teulada.  Francesco Maria Cairo è morto nel 2022 all’età di 71 anni a causa di un mesotelioma pleurico provocato dall’esposizione all’amianto, avvenuta durante il servizio militare tra luglio 1968 e settembre 1969.

Ora un tribunale lo ha riconosciuto “vittima del dovere”: ha condannato il  ministero della Difesa a garantire alla vedova i benefici previdenziali, per un importo complessivo di 285mila euro, oltre a un vitalizio mensile di 2mila euro.

«Francesco Maria Cairo, lombardo, si sentiva tradito dallo Stato come uomo, cittadino e militare perché, nell’assolvere un dovere, si è gravemente ammalato e, pur consapevole di dover morire, era determinato ad ottenere i suoi diritti. Finalmente giustizia per un uomo valoroso»: è il commento sul verdetto dei giudici di Milano dell’avvocato Ezio Bonanni, che ha portato avanti la causa per conto della donna, in rappresentanza dell’Osservatorio Nazionale Amianto (Ona). 

Amianto : Sentenze

Operaio per 20 anni lavora in mezzo all’amianto. Dopo la morte, Enel condannata a pagare 1 milione

La Corte d’Appello di Firenze ha disposto un maxi risarcimento a favore dei familiari della vittima, deceduta a Pisa all’età di 77 anni

Per vent’anni un operaio manutentore elettrico ha lavorato in un impianto in cui era presente dell’amianto. A causa dell’esposizione frequente, senza le necessarie protezioni, ha alla fine contratto un mesotelioma. E all’età di 77 anni è deceduto a Pisa.

Firenze, 20 febbraio 2025 – La Corte d’Appello di Firenze ha confermato la sentenza di primo grado che condanna l’Enel al risarcimento di oltre un milione di euro ai familiari di R.C., operaio manutentore elettrico, per l’esposizione elevata e non cautelata a fibre e polveri di amianto che ne ha causato il decesso per mesotelioma Pisa all’età di 77 anni, e la violazione degli obblighi relativi alla sicurezza sul lavoro.

Il lavoratore deceduto è stato esposto alla fibra killer per 20 anni nelle centrali riunite Marzocco, a Livorno, dove, nel reparto elettrico, c’erano le turbine coibentate con amianto.

In primo grado i testimoni hanno dichiarato che “il materiale tendeva a sbriciolarsi”, che nessuno dei lavoratori indossava mascherine protettive, e che non esisteva un impianto di aereazione né aspiratori. Esprime soddisfazione l’avvocato Ezio Bonanni, difensore dei familiari della vittima e presidente Osservatorio nazionale Amianto, che dichiara: “Ancora una volta l’Enel viene condannata per le morti di amianto. E’ incomprensibile perché si ostini a non risarcire direttamente le vittime e le famiglie che, non solo patiscono la malattia, ma in tanti casi, purtroppo, anche la morte di un loro congiunto. Anche se la legge prevede per loro un giusto risarcimento per le pene sofferte, per ottenerlo sono ancora necessari lunghi ed estenuanti procedimenti giudiziari”.

Processo Eternit bis, la perizia: “Ogni esposizione all’amianto accelera la malattia”

È emerso dalla relazione del consulente della Procura nel processo d’appello per le vittime di Casale Monferrato. Imputato l’ex patron svizzero dell’Eternit, Schimdheiny. “Senza amianto 60 casi di tumore all’anno invece di 1.400”

Il consulente della Procura generale lo chiama “effetto acceleratore”. Tradotto: l’esposizione prolungata all’amianto accelera l’evoluzione del mesotelioma. Non vale solo il primo contatto, dunque: più si è respirato asbesto, prima si muore. Lo ha spiegato il professor Corrado Magnani nell’udienza del 17 febbraio del processo Eternit bis, citando nello specifico uno studio epidemiologico innovativo pubblicato nel 2022 e condotto su 50mila ex lavoratori di aziende italiane in cui si usava amianto, tra cui proprio l’Eternit di Casale Monferrato. “I lavoratori del cemento amianto in Italia – ha concluso l’esperto – morivano con anticipazione se erano stati maggiormente esposti” alle fibre cancerogene. 

Contano, insomma, tutti i periodi di esposizione all’amianto. Una tesi che supporta le accuse mosse dalla Procura all’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny, per dieci anni – dal ’76 all’86 – responsabile dell’Eternit di Casale, imputato in appello per l’omicidio volontario con dolo eventuale di 392 lavoratori e residenti. In primo grado era stato condannato a 12 anni per omicidio colposo. “Se siamo in due ad avvelenare un terzo, non siamo tutti e due innocenti. Piuttosto, abbiamo concorso tutti e due ad avvelenare e far morire migliaia di persone”, ha commentato Bruno Pesce, cofondatore di Afeva, l’Associazione dei familiari delle vittime dell’amianto, parte civile nel procedimento.

La sentenza è prevista per il 19 marzo, molto attesa dalla comunità di Casale Monferrato, dove la gente continua ad ammalarsi e morire. “Ormai di lavoratori non ce ne sono più – ha spiegato Giuliana Busto, presidente dell’Associazione familiari vittime amianto – si tratta di persone di Casale, di normali residenti, che hanno avuto qualche contatto con l’amianto”.

Un altro dato fornito dal professor Magnani è quello sulla correlazione comprovata tra esposizione all’amianto e insorgenza del tumore polmonare. “Senza esposizione all’amianto l’Italia conterebbe 60 casi all’anno di mesotelioma, invece sono 1.400 – ha detto il consulente – e sono tutti casi in cui la morte è anticipata per la malattia causata dall’esposizione”. Gli studi epidemiologici stimano infine che il numero di anni di vita persi da chi si ammala di mesotelioma siano nell’ordine dei 15-20 anni.

Amianto : Sentenze

Taranto, operaio lavora per 20 anni sulle navi militari e muore per l’amianto. Il ministero della Difesa dovrà risarcire

Il Tribunale:«Non osservate le norme di sicurezza». Disposto un risarcimento di 50 mila euro ai familiari

Dal 1972 al 1992 ha lavorato sulle navi della Marina militare entrando in contatto con l’amianto ma senza indossare i dispositivi di protezione dalla dispersione in aria delle fibre del micidiale minerale. È stato così colpito da un carcinoma polmonare con successive metastasi e la malattia l’ha condotto a morte. Ora il giudice Raffaele Ciquera, del tribunale del Lavoro di Taranto, ha condannato il ministero della Difesa a risarcire la famiglia, moglie e due figli, con 50mila euro

L’uomo, che lavorava come operaio manutentore e movimentatore di materiali in una ditta appaltatrice dell’Arsenale militare, s’è trovato per vent’anni in un ambiente di lavoro a rischio perché era incaricato di rimuovere l’amianto senza utilizzare guanti, calzari e tute di protezione per fronteggiare il pericolo degli effetti nocivi del contatto. 

Ansia da esposizione all’amianto: «È una malattia professionale». Il caso dell’operaio toscano

Riconosciute le ragioni di un ex carpentiere dello stabilimento di Larderello: i motivi

GROSSETO. Fabio a maggio compirà 58 anni. Da tempo, da troppo tempo, convive con l’angoscia di potersi ammalare. Ex operaio di Enel a Larderello – carpentiere, tirafilista e manutentore degli impianti di alta tensione – ha visto tanti suoi colleghi rimanere vittime delle conseguenze dell’esposizione all’amianto. Lui no, non ha avuto nulla, ma ha sviluppato uno “stato ansioso-ansia anticipatoria” connesso proprio alla paura che un giorno tutto ciò potesse o possa ancora capitare anche a lui. L’Inail non ha mai voluto riconoscere questa patologia psichica come malattia professionale. Ma Fabio ha presentato ricorso in Tribunale e il giudice gli ha dato ragione.

Amianto : Sentenze

Broni

Mesotelioma, vinto il ricorso viene concesso il risarcimento

Pensionato muore per la malattia provocata dall’amianto, ma mancava l’esame istologico. Lunga battaglia legale di Avani, ora la somma agli eredi

L’esame istologico che conferma il mesotelioma pleurico potrebbe non servire più per ottenere il risarcimento per le vittime dell’amianto. O, perlomeno, questo è quanto deciso dall’Inail di Pavia nel caso di un cittadino di Broni, morto a 80 anni per il male dell’amianto, e ai cui parenti era stato negato il risarcimento una tantum di 15mila euro istituito nel 2008 per i lavoratori, con il Fondo vittime amianto (in seguito riconosciuto qualche anno dopo anche per i malati per esposizione ambientale).

Nel caso specifico – ha spiegato l’associazione Avani – la richiesta presentata per ottenere il risarcimento era stata respinta per due volte lo scorso anno per la mancanza dell’esame istologico, un documento che fino a qualche tempo fa, non serviva.

Bastava e avanzava, giustamente, il referto medico con cui era stata diagnosticata la malattia e, a maggior ragione, la scheda di decesso in cui viene riportata l’esatta causa della morte. Qualcuno poi però ha pensato di introdurre questo odioso balzello che, grazie alla tenacia dell’associazione delle vittime e alla “professionalità del personale di Inali Pavia” come ha tenuto a specificare il presidente Silvio Mingrino, è stato superato.

Nei giorni scorsi l’ente ha infatti comunicato l’accoglimento della domanda. Una battaglia vinta, insomma, un caso singolo di buon senso dimostrato dall’apparato burocratico di cui, tuttavia, si dovrà necessariamente tener conto anche in futuro. 

Amianto : Sentenze

Capitano morto di mesotelioma, Ministero condannato a risarcire

La Spezia, per il Tar è stata provata la correlazione tra l’esposizione all’amianto e la malattia: ai familiari 320mila euro. La sentenza del tribunale dopo il ricorso presentato dagli eredi

La Spezia, 27 gennaio 2025 – Un risarcimento di 320mila euro ai familiari di un militare morto di mesotelioma, contratta a causa della prolungata esposizione all’amianto. L’ennesima sentenza di condanna del ministero della Difesa per i tragici effetti della fibra killer è arrivata nei giorni scorsi dal Tar del Lazio, che si è pronunciato sul ricorso presentato dagli eredi di un capitano di vascello che ha prestato servizio su numerose navi, molte delle quali all’epoca dei fatti di stanza nella base navale della Spezia.

Nel dettaglio, l’uomo, entrato in Marina nel 1966, ha prestato servizio fino al 30 gennaio 2000: trentaquattro anni di lavoro durante i quali è stato trasferito per un periodo anche presso la base navale della Spezia, per essere imbarcato su Nave Cavezzale, Nave Piave e Nave Ape.

In precedenza, era stato assegnato a Nave Freccia, Nave Saetta, ai sommergibili Cappellini, Toti, Morosini e Torricelli, con il militare che, oltre alla Spezia, nel corso della carriera ha operato anche nelle strutture della Marina a Taranto, Brindisi, Messina, e all’isola della Maddalena.

Secondo quanto messo nero su bianco nel ricorso dai famigliari, assistiti dall’avvocato Ezio Bonanni, l’ufficiale – morto nel gennaio del 2009 a causa di un un mesotelioma pleurico – sarebbe stato esposto professionalmente ad amianto, nonché a numerosi altri inquinanti. La ctu chiesta dal tribunale ha evidenziato che “le attività espletate dal militare durante il servizio prestato nella Marina dal 1966 al 2000 hanno rivestito, secondo il criterio del ’più probabile che non’, un ruolo causale nell’insorgenza del mesotelioma”.

I giudici, nello stabilire che “si debba ritenere sussistente la responsabilità del ministero della Difesa per la patologia tumorale che ha colpito il capitano, determinandone il decesso. È da ritenere provato il nesso di causalità tra l’esposizione e l’insorgenza della patologia tumorale”, hanno condannato il ministero della Difesa a un risarcimento complessivo a favore della vedova e dei figli pari a 320.146 euro, oltre al pagamento delle spese processuali.

Amianto : Discariche

Eternit, “Nessuna anomalia nello stoccaggio”(Chianni Pi)

Il sindaco Tarrini respinge le accuse su episodi di rottura negli imballaggi alla Grillaia: “Fatte tutte le verifiche del caso, denunce infondate”

CHIANNI — Nessuna rottura e, soprattutto, nessuna presenza di fibre di amianto nell’aria. Lo ha assicurato il sindaco Giacomo Tarrini, che dopo la denuncia fatta dal coordinamento No Valdera Avvelenata su una possibile fuoriuscita di materiale dai sacchi smaltiti nella discarica della Grillaia, ha garantito come niente di simile sia mai accaduto.

Lo stesso Tarrini, infatti, dopo aver ricevuto un video e una foto relativi alla possibile rottura degli involucri di eternit stoccati, si è recato all’impianto. “Già dall’immagine non erano riscontrabili rotture, ma ho voluto verificare – ha spiegato – ho mostrato le immagini al personale responsabile del sito, affinché venisse fatta un’analisi, chiedendo anche di redigere una relazione”.

“Le procedure operative durante lo stoccaggio del materiale in discarica sono molto scrupolose e prevedono interventi immediati qualora si verificasse un imprevisto simile – ha aggiunto – inoltre, periodicamente vengono effettuati rilievi sulla presenza di fibre di amianto nell’aria e mai ne sono state rilevate. Per quanto riguarda il caso specifico, invece, ci è arrivato il riscontro della proprietà, che conferma la totale assenza di anomalie sui processi di stoccaggio“.

“L’amministrazione comunale e il sottoscritto si sono sempre adoperati per l’interesse della comunità – ha concluso il sindaco – ci siamo resi conto, però, che talvolta si è preferito non ascoltare spiegazioni e chiarimenti. Questa è un’opportunità per invitare chiunque abbia dei dubbi a trattare i problemi attraverso i canali istituzionali, dove saranno trovate tutte le risposte. Alla richiesta fatta da No Valdera Avvelenata, rispondo che considero ancora una volta infondate e inopportune le loro dichiarazioni“.

Un ulteriore specifica è arrivata, poi, dall’ingegner Massimo Peluso, responsabile tecnico del sito. “Gli imballi contenenti amianto devono essere coperti nelle loro parti superiori, mentre non è prevista la copertura sui fianchi della coltivazione ed è pertanto logico che questi siano visibili dall’esterno – ha spiegato – i manufatti contenenti amianto possono essere conferiti in Plate Bag o in Big Bag, entrambi in polipropilene omologati e dotati di liner interno per garantire la tenuta stagna. Al momento dell’ingresso in impianto, viene verificata l’integrità dell’imballaggio tramite un riconfezionamento del carico stesso”.

“Dunque, ciò che si può vedere esternamente è proprio questo doppio rivestimento, senza che ciò sottintenda la rottura dell’imballaggio nel suo complesso o la possibile liberazione di fibre di amianto – ha concluso – è certa l’assenza di presenza o contaminazione di fibre di amianto nell’aria. Dall’avvio dei conferimenti a oggi i rilievi e i monitoraggi svolti hanno dato esito negativo rispetto alla presenza o contaminazioni di fibre di amianto nell’aria”.

No Valdera Avvelenata attacca, “Alla Grillaia rischio vento”

Come riportato dal coordinamento contrario alla riapertura della discarica alcuni imballaggi sarebbero rotti: “Vorremmo sapere cosa ne pensa Tarrini”

CHIANNI — Alcuni imballaggi e teli della discarica della Grillaia sarebbero rotti, con il rischio che il vento possa spargere la polvere di amianto. Questa, almeno, è la denuncia del coordinamento No Valdera Avvelenata, che chiama in causa il sindaco Giacomo Tarrini.

“Ci piacerebbe sapere cosa ha da dire il sindaco, che fece venire ingegneri e studiosi per rassicurare la propria comunità – hanno scritto – seppellire 270mila metri cubi di amianto sembrava una cosa che poteva essere fatta e che, anzi, sarebbe servita a mettere definitivamente la discarica in sicurezza. Addirittura, per fare digerire meglio la cosa, disse che avrebbe nominato una persona di sua fiducia per controllare che i conferimenti dell’amianto fossero sempre ben confezionati e sotterrati”.

“Un’opportunità da non perdere, che avrebbe portato nelle casse comunali una compensazione in denaro gentilmente donata dal proprietario attuale della discarica – hanno concluso – noi, al contrario, abbiamo sempre ritenuto profondamente ingiusta la delibera della Regione che autorizzava la riapertura della Grillaia: per questo motivo, con le manifestazioni di Marzo 2023 e di Ottobre 2024 a Pontedera ne abbiamo chiesto il ritiro, con il blocco del conferimento dell’amianto”.

Amianto:Sentenze

Amianto nei nastri della fabbrica, risarcita la famiglia di un operaio spezzino

Il tribunale di Genova ha condannato Ansaldo Energia Spa al risarcimento da 620mila euro in favore della vedova e della figlia dell’elettricista scomparsoGian Paolo Battini

Operaio foggiano morto per l’amianto: Rfi condannata a risarcire 1,3 milioni di euro ai familiari

Amianto nelle Ferrovie dello Stato: il Tribunale di Roma condanna RFI al risarcimento di 850mila euro per la morte di un operaio foggiano. Alla famiglia andrà una liquidazione complessiva di 1 milione e 300mila euro

n esito giudiziario “apripista” di grande rilevanza, quello di un uomo esposto all’amianto mentre era alle dipendenze di Rfi presso le Officine Grandi Riparazioni di Foggia, deceduto per un mesotelioma epitelioide. Il Tribunale di Roma ha emesso una ulteriore condanna che determina una liquidazione del danno da lutto di circa 850mila euro, oltre interessi, per le sofferenze subite dalla vedova e, che nel frattempo è deceduta, e dai due figli orfani dell’operaio.

Una somma che si aggiunge alla quella determinata nella precedente sentenza della Corte di Appello di Roma di circa 200mila euro per il risarcimento del danno diretto del ferroviere che, con il calcolo della rivalutazione e degli interessi legali, raggiunge un importo complessivo di un milione e trecentomila euro.

Nel caso specifico, il dipendente ha prestato servizio in Rfi dal 1969 al 1971 con mansioni di operaio qualificato “aggiustatore meccanico”. Si è occupato della manutenzione dei rotabili ferroviari, motori, tubazioni, cavi elettrici  respirando direttamente e indirettamente le sottilissime fibre killer. I locali erano privi di aerazione, le lavorazioni venivano eseguite senza l’adozione di alcuna misura di sicurezza, pur essendo disponibili, sin dagli anni ’40, mascherine, tute protettive e aspiratori.

Quel che è peggio, è che venivano utilizzati dei soffiatori per togliere la polvere, che tuttavia finivano inevitabilmente per disperderla nell’aria. Nel 2006, l’operaio aveva avuto un primo versamento pleurico, e il 28 marzo 2009 è purtroppo, deceduto all’età di 68 anni, lasciando la moglie e i due figli. L’Inail aveva fin da subito accertato l’origine professionale della malattia e costituito in favore della vedova la rendita ai superstiti. 

La famiglia dell’uomo, assistita dagli avvocati Ezio Bonanni, presidente Osservatorio Nazionale Amianto, e Daniela Lucia Cataldo, aveva quindi presentato ricorso al Tribunale di Roma per ottenere il risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non patrimoniali. Ma nonostante l’Ona avesse già ottenuto altre condanna delle Ferrovie (qui un altro caso analogo nel Foggiano), nel caso di specie l’azienda aveva contestato la pretesa, spiegando che: “solo a partire dalla metà degli anni ’70 vi è stata la presa di coscienza circa la pericolosità della esposizione a fibre in amianto”.

In primo grado, la giudice del Tribunale di Roma Antonella Casoli, basandosi su un’ampia letteratura medico scientifica, la magistratura aveva tuttavia respinto le eccezioni di Fs. Il Ctu nominato dal Tribunale aveva quantificato il danno biologico subito per oltre 200mila euro a beneficio dei familiari dell’operaio, oltre alla rivalutazione monetaria e agli interessi legali. Oggi, la condanna anche in secondo grado della Corte d’Appello di Roma.

“Purtroppo la storia della Officine Grande Riparazioni della Ferrovie è caratterizzata dalla strage di lavoratori per mesotelioma e altre malattie di amianto, che in qualche caso hanno colpito anche i familiari”, spiega dall’Ona. Il VII Rapporto ReNaM, infatti, ha inserito il settore dei rotabili ferroviari tra quelli che hanno riscontrato più casi di mesotelioma.  “Dopo l’ennesima e duplice pronuncia di condanna si spera che le FS, invece interporre appelli e cercare di ritardare i risarcimenti, desistano dal negare il diritto di tanti che hanno perso la vita per l’uso dell’amianto. Purtroppo – avvisa  Bonanni – il picco epidemiologico ci sarà nei prossimi anni”.

Amianto, militare morto di cancro. Il Ministero dovrà risarcire i familiari

Il Tar ha dato ragione agli eredi di un carabiniere che aveva lavorato all’aeroporto di Cervia e all’Ocra di Forlì

Era morto a 49 anni, esattamente 685 giorni dopo avere ricevuto una diagnosi di carcinoma polmonare. Una malattia professionale – secondo il Tar – maturata in uno degli anni della trentennale carriera in cui l’uomo – un carabiniere deceduto nel luglio del 1981 – aveva prestato servizio in ambienti potenzialmente contaminati da polveri di fibre di amianto: vedi Stazione carabinieri aeroporto di Cervia, posto fisso 2° Ocra di Forlì (si trattava di officine meccaniche). E poi ancora porto di Civitavecchia e aeroporto di Ciampino. Uguale a condanna del ministero della Difesa a risarcire gli eredi (la vedova e i figli) con circa 247 mila euro, detratto quanto eventualmente già riconosciuto come indennizzo. Il ministero dovrà pagare inoltre 5.363 euro di spese processuali.

La questione era stata sollevata nel 2021 dagli eredi del defunto tutelati dall’avvocato Ezio Bonanni. Nel ricorso presentato al Tar del Lazio, si chiedevano i danni patrimoniali e non per un totale di poco più di 2,4 milioni di euro in ragione della morte del militare per “causa di servizio” legata a “negligenza e imperizia” del ministero della Difesa/Arma dei Carabinieri. All’indice in particolare c’erano finite le fibre di amianto alle quali il 49enne, secondo il ricorso, era stato esposto durante il suo servizio. Nel dettaglio tra il giugno 1955 e il marzo 1957 al porto di Civitavecchia; tra il luglio 1969 al settembre 1970 aeroporto di Cervia e Ocra di Forlì; e quindi fino all’ottobre 1975 all’aeroporto di Ciampino. Perché è in special modo in porti e aeroporti che vi era una “elevata aerodispersione” di “polveri e fibre d’amianto“, materiale che veniva usato “nei ceppi freni”. E poi il militare era costretto “a lavorare in ambienti angusti” con “amianto spruzzato sulle pareti per evitare rischio incendi”. Ad aggravare il quadro, il fatto che non vi fossero “strumenti di prevenzione tecnica e protezione individuale” come “maschere respiratorie con grado di protezione P3”. Oltre a tali strumenti, il ministero avrebbe omesso di fornire le informazioni circa il rischio da amianto e la conseguente sorveglianza sanitaria: un comportamento che avrebbe quanto meno anticipato l’insorgenza del tumore e il decesso del 49enne. Le prime misure di sicurezza in favore dei militari sarebbero infatti state adottate solo nel 2000 sebbene la pericolosità dell’amianto fosse nota dagli inizi del ’900.

Amianto : Sentenze

Esposto all’amianto per 18 anni nel Poligrafico di Foggia: risarcito per malattia professionale

Amianto nell’Istituto Poligrafico di Foggia: Inail ed Inps condannate a risarcire per malattia professionale e ad adeguare posizione contributiva di un lavoratore esposto. L’uomo, affetto da placche pleuriche, è stato esposto per 18 anni ad alte concentrazioni di fibre e polveri di amianto

La Corte d’Appello di Roma ha confermato la condanna dell’Inail all’indennizzo del danno di 15mila euro per malattia professionale – placche pleuriche – dovuta all’esposizione all’amianto di un lavoratore, oggi 63enne, impiegato nello stabilimento del Poligrafico dello Stato di Foggia, per 18 anni, condannando l’Inps ad adeguare la sua posizione lavorativa con l’accredito della maggiorazione dell’1,5%.

L’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, nel periodo dell’attività professionale del ricorrente, ossia dal 1982 al 2002, era un ente pubblico economico, sottoposto alla vigilanza del Ministero del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione Economica, poi privatizzato. Assunto come ‘perito chimico cartaio’, l’uomo ha cominciato a lavorare a 20 anni. In quel periodo la cartiera di Foggia aveva circa 1400 dipendenti e produceva carta per usi dello Stato.

Nella nota dei legali dell’osservatorio nazionale amianto viene evidenziato che la materia prima era costituita da cellulosa di paglia (proveniente da residui del grano del Tavoliere) che veniva trattata, sminuzzata, riscaldata, additivata con sostanze chimiche, e una delle materie prime indispensabili al suo trattamento e anche dello sbiancamento della carta era il cloro, che veniva prodotto in loco con il metodo delle celle elettrolitiche e con utilizzo di un separatore a base di amianto. Il diaframma di amianto che separava le celle elettrolitiche era costituito da contenitori cilindrici riempiti di pasta di amianto. L’operazione di apertura sacchi, mescola, riempimento cilindri si svolgeva all’interno dello stesso ambiente delle celle, rendendo gli ambienti fortemente polverosi poichè privi di sistemi di aspirazione delle polveri.

Amianto : Sentenze

Morto per l’esposizione all’amianto nella Solvay: condannata al risarcimento anche l’Asl

Condanna dell’Asl Toscana nord ovest «per aver omesso la sorveglianza sanitaria che avrebbe permesso la diagnosi precoce del tumore del polmone»

Pisa, 4 dicembre 2024 – Il tribunale di Pisa ha condannato la Asl Toscana nord ovest, ex Usl 6, a un risarcimento di circa 26mila euro per la morte di Romano Posarelli, morto nel novembre 2010 a causa dell’amianto a cui è stato esposto durante la sua attività lavorativa nello stabilimento Solvay di Rosignano (Livorno). A renderlo noto è l’Osservatorio nazionale amianto. L’uomo al manifestare dei sintomi nell’estate del 2010 si era rivolto al medico, che aveva cercato di curare il cancro con antibiotici. Solo dopo vari accertamenti in strutture private a pagamento, era emersa la diagnosi di tumore del polmone.

Si ammala per un cancro da amianto ma viene curato con antibiotici: la Asl condannata per diagnosi tardiva

Nel 2021 la condanna per la Solvay da parte del tribunale di Livorno al risarcimento del danno, confermata anche dalla Corte di appello di Firenze. Il figlio Massimiliano si è però rivolto all’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale amianto, ottenendo adesso anche la condanna dell’Asl Toscana nord ovest al risarcimento del danno «per aver omesso la sorveglianza sanitaria che avrebbe permesso la diagnosi precoce del tumore del polmone». «Una condanna – spiegano da Ona – che sancisce il principio che vi deve essere la doverosa attenzione delle Usl per i lavoratori esposti ad amianto, con la massima diligenza su esami e terapie. Il tribunale di Pisa nella sua motivazione infatti rileva che: ‘deve però essere valutato il ritardo diagnostico, anche strumentale, da parte del medico di base che non poteva non essere a conoscenza del precedente impiego lavorativo del Posarelli alla Solvay e della sua situazione di ex espostò. Nella stessa sentenza – prosegue la nota – si legge la ‘parte attrice ha fornito la prova delle inadeguate prescrizioni dei farmaci e del ritardo nell’esecuzione degli esami strumentali, quindi del nesso di causalità tra la condotta del medico di base e il peggioramento delle condizioni di Posarelli per inadeguato trattamento della malattia…. deve quindi affermarsi la responsabilità (contrattuale) della struttura sanitaria’».