Amianto :Sentenze

Amianto e giustizia, il caso della ex lavoratrice Pirelli riaccende lo scontro tra Inail e tribunali: “Corto circuito istituzionale”

l Comitato esposti amianto di Milazzo contesta la sentenza del Tribunale di Messina su una morte per neoplasia polmonare. Già riconosciuta la malattia professionale dall’Inail, ma negato il risarcimento ai familiari

C’è una storia che torna a dividere per l’ennesima volta il confine tra verità sanitaria e verità giudiziaria. È quella di una ex lavoratrice della Pirelli Pneumatici, morta nel 2014 a 63 anni dopo oltre vent’anni di esposizione ad amianto e idrocarburi, e oggi al centro di una dura contestazione pubblica da parte del Comitato permanente esposti amianto e ambiente di Milazzo.

A rilanciare il caso è il presidente del Comitato, Salvatore Nania, che parla senza esitazioni di un “corto circuito istituzionale” tra il riconoscimento della malattia professionale da parte dell’Inail e la decisione del Tribunale di Messina che, invece, avrebbe negato il diritto al risarcimento ai familiari della vittima.

La lavoratrice, secondo quanto ricostruito, non era fumatrice. Un elemento che per il Comitato escluderebbe altre possibili concause della neoplasia polmonare. E proprio sul nesso causale tra ambiente di lavoro e patologia si gioca il cuore della vicenda.

Un punto centrale riguarda infatti la posizione dell’Inail, che già nel 2014 aveva riconosciuto ufficialmente la malattia professionale, attivando anche la rendita in favore del marito della donna, poi deceduto. Un riconoscimento previdenziale che, secondo Nania, sarebbe rimasto però in contrasto con l’esito del percorso giudiziario civile.

Morì per l’amianto, i familiari di un impiegato hanno diritto all’indennizzo

La sentenza del giudice del lavoro del Tribunale di Siracusa, Maddalena Vetta, stabilisce un principio: anche un impiegato amministrativo al pari di un operaio è soggetto alla malattia professionale da contatto con amianto.

G.S., nato a Floridia, aveva 76 anni quando morì. Si era ammalato di asbestosi, una patologia polmonare cronica e irreversibile causata dall’inalazione prolungata di fibre di amianto. Dal 1973 al 2007 aveva lavorato nello stabilimento di Priolo.

Nella domanda all’Inail scriveva che tutti i “sistemi di trasferimento dei prodotti nel triangolo industriale Priolo, Melilli, Augusta erano stati coibentati con amianto e che, conseguentemente, tutto il personale che aveva operato all’interno dei petrolchimici era stato esposto all’inalazione di polveri di amianto”.

L’Inail archiviò la pratica. In particolare, contestava “la natura professionale della malattia eccependo l’omessa documentazione del rischio professionale, non essendovi la prova dell’effettiva esposizione del lavoratore ad alcun agente patogeno, rilevante ai fini causali rispetto alle patologie denunciate”.

I parenti si sono rivolti all’avvocato Salvatore Costa che ha avviato una causa. Il consulente tecnico ha accertato che “l’insorgenza della patologia è riconducibile all’attività lavorativa svolta ricorrente”.

“In tale ruolo il dipendente ha vissuto verosimilmente una realtà lavorativa che ha comportato una sua probabile esposizione a sostanze dannose presenti in ambiente lavorativo – si legge nella motivazione – anche se non direttamente occupato in lavorazioni a rischio. Ed in ultimo è stato anche appurato una contaminazione polverose dei territori urbani circostanti , quale fattore di rischio ambientale residenziale”

Il ricorso è stato accolto, la moglie dell’impiegato ha diritto ad un indennizzo e ad una rendita in base all’anzianità di servizio.

Grosseto, l’amianto gli provoca un tumore: ex militare vince contro lo Stato

Il materiale era usato per l’isolamento termico nelle guarnizioni e in vari componenti dei velivoli dell’epoca. Per il tribunale il tecnico dell’aeronautica è “vittima del dovere”

GROSSETO. Per quasi quarant’anni ha lavorato sugli aerei dell’Aeronautica militare, tra hangar, basi operative e manutenzioni di velivoli nei quali l’amianto era ampiamente utilizzato. Poi la scoperta di un tumore al polmone e una lunga battaglia legale contro lo Stato. Ora il tribunale di Grosseto gli ha dato ragione: la malattia è collegata all’attività svolta durante il servizio e per questo l’ex militare dovrà essere riconosciuto come vittima del dovere.

La sentenza è stata pronunciata dal giudice del lavoro Giuseppe Grosso, che ha accolto il ricorso presentato da un ex primo luogotenente dell’Aeronautica, assistito dall’avvocato Ezio Bonanni del foro di Roma. Il tribunale ha infatti accertato il nesso tra l’adenocarcinoma polmonare che ha colpito il militare e l’esposizione all’amianto durante gli anni trascorsi in servizio, condannando le amministrazioni competenti (ovvero i ministeri della Difesa e dell’Interno) a riconoscergli i benefici economici e assistenziali previsti dalla normativa per le vittime del dovere.

Morto per l’amianto durante la leva militare, 400mila euro alla figlia: “Riconosciuto il valore degli affetti”

Il tribunale di Milano ha riconosciuto 400mila euro alla figlia di un ex militare esposto all’amianto, affermando un principio: anche il valore degli affetti merita giustizia.

Dalla leva militare alla malattia
La storia di M.R. inizia negli anni Sessanta quando presta servizio come lagunare nell’esercito italiano. Sono anni in cui l’amianto è ampiamente utilizzato nelle strutture militari, nei mezzi, nelle dotazioni e nei materiali impiegati quotidianamente dal personale. Una presenza diffusa e spesso invisibile, in un’epoca in cui i rischi legati all’esposizione alle fibre non venivano adeguatamente comunicati e non erano previste efficaci misure di protezione.

Secondo quanto ricostruito nel procedimento, durante il servizio il militare M.R. partecipò ad attività di manutenzione e movimentazione di materiali contenenti amianto. Terminata l’esperienza nell’esercito, tornò alla vita civile e cambiò completamente settore lavorativo. Come ha ricordato la figlia a Fanpage.it, dopo la leva “ha fatto l’infermiere, lavorava in ospedale”. Così, per decenni nulla ha mai lasciato presagire le conseguenze di quell’esposizione. Il mesotelioma pleurico, infatti, è una patologia caratterizzata da tempi di latenza molto lunghi. Possono trascorrere anche decenni tra il contatto con le fibre e la comparsa dei sintomi. E quando questi si manifestano, spesso la malattia è già in fase avanzata.

Per anni L.R. ha portato avanti il procedimento non soltanto per ottenere un risarcimento, ma per dare un senso alla perdita subita. “Dopo la morte di mio padre questa battaglia è diventata il modo in cui la sua presenza ha continuato ad accompagnarmi”, ha spiegato a Fanpage.it. “Ogni udienza e ogni documento rappresentavano qualcosa di più di un semplice passaggio processuale: erano un modo per continuare a sentirmi vicina a mio padre”.