Ex Ilva e rischio amianto, i giudici confermano lo stop alla produzione. Attesa per la Cassazione il 20 ottobre
La Corte d’Appello di Milano respinge anche la seconda istanza sospensiva presentata dai legali dell’ex Ilva per evitare la chiusura dell’area a caldo di Taranto a fronte di un’accertata presenza di amianto. La parola definitiva della Cassazione è fissata per il 20 ottobre
La corte d’appello di Milano ha confermato, per la seconda volta, il provvedimento con cui a luglio è stato disposto lo spegnimento degli altiforni dell’ex Ilva entro fine ottobre. Il collegio di giudici, presieduto da Giuseppe Ondei, ha respinto anche la seconda istanza di sospensiva presentata dai legali del gruppo in amministrazione straordinaria e di AdI spa, che avevano chiesto la sospensione della decisione sul blocco dell’area a caldo in vista dell’udienza della Cassazione già fissata per il 20 ottobre.
I motivi della decisione
Il 30 settembre, davanti ai giudici, si era tenuta la discussione delle parti. Il sostituto pg Angelo Renna aveva chiesto di respingere la nuova istanza di sospensiva, dopo quella rigettata già l’11 settembre. I legali della ex Ilva e di AdI, invece, avevano ribadito le loro ragioni, ossia il danno irreparabile – sostenevano – dovuto allo spegnimento e avevano chiesto tempo fino a dopo il giudizio della Cassazione, fissata per il 20 ottobre.
Il diritto alla salute dei cittadini prevale sul resto. È questo, in sintesi, il contenuto del provvedimento odierno. Secondo la Corte, come si legge nell’ordinanza, “la fissazione dell’udienza” della Suprema Corte non cambia nulla, rispetto ai precedenti provvedimenti che hanno indicato la prevalenza del diritto alla salute, date le emissioni nocive degli impianti e la presenza di amianto.
Cosa succede adesso
Quindi per adesso resta in vigore la decisione con cui il tribunale civile di Milano il 27 luglio aveva ordinato al gruppo siderurgico di interrompere entro 90 giorni l’attività produttiva dell’area a caldo degli altiforni, fin quando non fosse stato “rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti” e non fossero state adottate “le misure necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza”.
Nei giorni scorsi Acciaierie d’Italia aveva avviato le prime procedure di cassa integrazione di lavoratori, comunicando che “il fermo produttivo imposto dal provvedimento giudiziale comporterà la conseguente impossibilità di alimentazione, almeno fino alla complessiva riorganizzazione produttiva del gruppo, delle attività a valle del ciclo produttivo dell’area a caldo e delle funzioni di staff connesse alle attività”.