Soriano nel Cimino, tumore legato all’amianto: riconosciuti 200mila euro alla vedova
Amianto nelle officine COTRAL, meccanico muore di tumore: la vedova vince contro l’INAIL dopo dieci anni
Sentenza definitiva della Corte d’Appello di Roma: alla donna riconosciuti 200mila euro
NewTuscia – Roma, 22 ottobre 2026 – Per quasi dieci anni ha portato avanti una battaglia giudiziaria per ottenere il riconoscimento della malattia professionale che aveva causato la morte del marito, ex meccanico COTRAL. Una battaglia iniziata dopo il dolore della perdita e proseguita nonostante il primo rifiuto dell’INAIL e una sentenza sfavorevole del Tribunale di Viterbo. Oggi, una donna di 80 anni, residente a Soriano nel Cimino, in provincia di Viterbo, ha ottenuto giustizia dalla Corte d’Appello di Roma, che con una sentenza appena diventata definitiva ha riconosciuto l’origine professionale del tumore ai polmoni che nel 2016 aveva ucciso il coniuge.
L’uomo, anche lui di Soriano nel Cimino, aveva lavorato per 24 anni, dal 1976 al 2000, nella manutenzione dei mezzi COTRAL, in particolare sulla linea Roma–Viterbo. Ogni giorno interveniva su freni, guarnizioni e componenti meccaniche contenenti amianto, lavorando materiali che liberavano fibre e polveri nell’aria delle officine.
All’inizio del 2016 erano comparsi i primi problemi respiratori, accompagnati da forte stanchezza e perdita di appetito. Gli accertamenti avevano rivelato un carcinoma neuroendocrino polmonare. Il 29 settembre dello stesso anno l’uomo era morto, a 71 anni, nel suo paese d’origine.
Da quel momento, per sua moglie è cominciata un’altra battaglia. Convinta che la malattia fosse legata al lavoro svolto per tanti anni dal marito, la donna aveva chiesto all’INAIL il riconoscimento dell’origine professionale del tumore. La domanda era stata respinta e neppure il successivo ricorso al Tribunale di Viterbo aveva avuto esito favorevole.
Ma la vedova non si è arresa. Assistita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, ha impugnato la decisione, portando il caso davanti alla Corte d’Appello di Roma.
La sentenza, oggi definitiva, ha ribaltato la precedente decisione, riconoscendo il collegamento tra l’esposizione all’amianto e la malattia che aveva provocato la morte del lavoratore. Determinante è stata la consulenza tecnica, che ha individuato proprio nel periodo di servizio presso COTRAL l’esposizione responsabile della patologia.
La Corte ha ribadito anche un principio importante per tutte le vittime dell’amianto: quando è accertata l’esposizione professionale e la malattia rientra tra quelle riconosciute dalla normativa, non spetta ai familiari dimostrare che il tumore non abbia avuto altre cause. È l’INAIL a dover fornire un’eventuale prova contraria.
La decisione riconosce alla vedova il diritto alla rendita ai superstiti e alle ulteriori prestazioni previste dalla legge, per un valore economico complessivo di circa 200mila euro (stima ONA).
«Questa vicenda racconta la determinazione di una donna che non ha accettato che la morte del marito restasse priva di un riconoscimento. Una donna che, dopo aver condiviso una vita con il suo compagno, ha scelto di difenderne la memoria e i diritti, affrontando un percorso giudiziario lungo e complesso – dichiara l’avvocato Bonanni –. È una storia che richiama l’attenzione anche sui rischi ai quali sono stati esposti per decenni i lavoratori della manutenzione automobilistica e ferroviaria, spesso a contatto con materiali contenenti amianto, le cui conseguenze sulla salute possono manifestarsi molti anni dopo».
Amianto, nuova condanna per la Marina militare. Presunte boniche fasulle, sindacati parti civili
La Forza Armata si opponeva in tribunale sostenendo che la morte fosse dovuta alle conseguenze di un ictus cerebrale.
La Spezia – Per 37 anni ha lavorato in Marina. Arruolato nel 1955, congedato nel 1992. Nel 2019 gli hanno diagnosticato un cancro ai polmoni, in stadio avanzato. È mancato poco dopo. La famiglia ha dimostrato che era stato «continuativamente esposto a fibre di amianto, durante il servizio». E il Tribunale ha concesso i benefici di legge alla vedova e ai figli.
La strage
È l’ennesima sentenza spezzina che riconosce gli effetti devastanti dell’esposizione ad amianto. È la conferma del triste “primato” di un territorio che continua a pagare un prezzo altissimo, per decenni di mancata tutela dei lavoratori. La storia ricalca quella di tutti quei dipendenti militari e civili che hanno respirato le fibre, pericolosissime, senza essere protetti.
L’amianto colpisce dopo anni. Miete vittime fra chi ha lavorato nella cantieristica, nell’industria, in Arsenale e su navi militari. Era tutto imbottito d’amianto. Sono state necessarie battaglie di anni per accertare la presenza della fibra sui posti di lavoro. Le sentenze sono ormai quasi tutte a favore delle famiglie.
Si sapeva
Le condanne vengono emesse perché viene accertato che ad alti livelli lo Stato era a conoscenza del pericolo ma non intervenne. E, dove intervenne, non ci fu una immediata operazione di tutela dei lavoratori.
In sintesi, continuarono a prestare servizio senza mascherine e guanti, senza sapere che la polvere respirata poteva uccidere. Il sottufficiale per cui gli eredi hanno ottenuto giustizia, aveva un adenocarcinoma polmonare stadio IV B, con gravissime metastasi. Era in congedo ma l’amianto uccide anche dopo 30 o 40 anni.
Lo scontro
La causa è stata curata dall’avvocata Sandra Biglioli, che affianca l’associazione Afea, fondata da Pietro Serarcangeli alla Spezia, per assistere le famiglie delle vittime. La Marina non ha potuto negare il nesso fra servizio e malattia, a fronte della presenza di placche pleuriche che rappresentano una firma della presenza di fibre killer nei polmoni. Si è però opposta per due motivi.
Primo, la causa della morte del marinaio era stata, alla fine, un ictus ischemico cerebrale. Secondo, non si poteva parlare di «invalidità permanente», in quanto la malattia era «ancora in stato di aggravamento e non stabilizzata». La Corte non ha condiviso.
La sentenza
Sulla base anche della perizia commissionata ad un consulente esperto, la Corte ha obiettato che fin dal momento della diagnosi era subentrato «un deterioramento permanente e di estrema rilevanza delle condizioni di salute del marinaio», costretto ad sottoporsi ad un duro trattamento oncologico.
Era purtroppo «una compromissione grave e non reversibile». In quanto alla malattia, «anche se è ancora “solo” in peggioramento, configura già un danno permanente» se stravolge la vita. E, purtroppo, il militare non si riprese più, morì la settimana di Natale, all’ospedale Sant’Andrea.
Testimoni
È caduto il muro di silenzio opposto inizialmente dai dipendenti della Difesa. Spinti da spirito di servizio, molti tacevano sulle condizioni degli ambienti di lavoro. Recenti testimonianze di militari spezzini hanno confermato di fronte ai giudici che «a bordo delle navi vi erano centinaia di chilometri di tubazioni coibentate d’amianto».
Le fibre «entravano in ogni locale, mense, servizi, dormitori, cabine, cucine». In navigazione, «con le forti vibrazioni, le polveri si disperdevano nell’aria, e i sistemi di ventilazione le trasportavano in ogni dove». I testimoni hanno ribadito che «nessuno dei superiori si era preoccupato di renderci edotti sulla pericolosità dell’inalazione delle fibre d’amianto né di fornirci dispositivi di protezione individuali». Non c’erano cartelli «che avvertissero della presenza di amianto e di polveri o che imponessero l’uso di protezioni».
Amiantopoli
Due sindacati nazionali hanno depositato la richiesta di costituzione quali parti lese all’udienza preliminare sulla presunta “amiantopoli” spezzina. Uno è il Sindacato dei Militari, assistito dall’avvocato Piero Santantonio, fondato da Luca Marco Comellini, che intende costituirsi «per la tutela della salute e della sicurezza dei militari in servizio». L’altro è il Siulm, rappresentato dagli avvocati Mimmo Lardiello e Serena Visconti, che auspica si faccia «piena luce sull’eventuale esposizione del personale a rischi per la salute». All’esito di una lunga inchiesta, il pubblico ministero Elisa Loris ha depositato 17 richieste di rinvio a giudizio, per più episodi opachi che sarebbero avvenuti dal 2017 in poi in Arsenale.
Bonifiche
Il caso è all’attenzione della giudice Marinella Acerbi. Uno dei filoni verte su bonifiche di componenti in amianto attestate che sarebbero state dichiarate «eseguite», ma che in realtà sarebbero state incomplete o non fatte o con uso di componenti non conformi. Per risanare o sostituire 2612 interruttori e altri componenti di sistemi di combattimento, lo Stato aveva versato oltre 2 milioni.
Se fosse accertato che le bonifiche non erano state correttamente eseguite potrebbero esserci stati militari esposti al rischio amianto, sulle navi Grecale, Scirocco, Vesuvio, Numana, Milazzo, Libeccio, Gaeta, Viareggio, Chioggia, Termoli, Maestrale, Sapri, Anteo. —