Amianto:Sentenze

Respira amianto alla Fiat di Mirafiori per 11 anni, poi il mesotelioma. Inail condannata

L’operaio aveva avviato la battaglia contro l’Inail, poi portata avanti dalla vedova dopo il decesso.La sentenza è diventata definitiva

L’Inail (istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro) è stato condannato a versare una rendita mensile di circa 1.500 euro e arretrati per circa 150mila euro alla vedova di un ex operaio dello stabilimento Fiat a Mirafiori, morto di tumore dopo aver respirato amianto. La sentenza del tribunale di Potenza, datata giugno 2026, è ora diventata definitiva. 

La famiglia della vittima è stata seguita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’osservatorio nazionale amianto, che commenta: “La giustizia è arrivata, anche se dopo dieci anni, perché una vedova ha trovato la forza di portare avanti da sola la battaglia iniziata insieme a suo marito. Questa sentenza restituisce alla donna un diritto e, insieme, rende giustizia alla memoria del lavoratore. La tutela delle vittime dell’amianto deve essere concreta e tempestiva, perché dietro ogni pratica ci sono persone, famiglie e vite che non possono aspettare”. 


L’Inail (istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro) è stato condannato a versare una rendita mensile di circa 1.500 euro e arretrati per circa 150mila euro alla vedova di un ex operaio dello stabilimento Fiat a Mirafiori, morto di tumore dopo aver respirato amianto. La sentenza del tribunale di Potenza, datata giugno 2026, è ora diventata definitiva. 

La famiglia della vittima è stata seguita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’osservatorio nazionale amianto, che commenta: “La giustizia è arrivata, anche se dopo dieci anni, perché una vedova ha trovato la forza di portare avanti da sola la battaglia iniziata insieme a suo marito. Questa sentenza restituisce alla donna un diritto e, insieme, rende giustizia alla memoria del lavoratore. La tutela delle vittime dell’amianto deve essere concreta e tempestiva, perché dietro ogni pratica ci sono persone, famiglie e vite che non possono aspettare”. 
 

Aveva appena 17 anni quando, nel giugno del 1958, aveva iniziato a lavorare nello stabilimento Fiat di Mirafiori a Torino. Per oltre undici anni era stato operaio nelle fonderie di ghisa e metalli pesanti, dove era stato esposto all’amianto. Un’esposizione professionale che, secondo quanto accertato dal Tribunale di Potenza, è stata collegata al mesotelioma pleurico che lo ha portato alla morte nel 2018. Successivamente, era stato a contatto con sostanze cancerogene anche lavorando come autista per una società di Bari e in un’azienda cementifera. 

Nel 2016 gli era stato diagnosticato un mesotelioma e lui, poco dopo, aveva chiesto all’Inail il riconoscimento della malattia professionale. Inizialmente, la documentazione sull’esposizione all’amianto era stata ritenuta insufficiente per accedere al fondo dedicato alle vittime dell’amianto. Dopo la morte del lavoratore, la vedova ha portato avanti la battaglia legale, rivolgendosi al tribunale di Potenza, dove risiede adesso. Nel corso del processo, gli accertamenti hanno dimostrato il nesso causale tra l’esposizione all’amianto e il tumore. 

Operai morti per amianto alle Ogr, assolto anche l’ultimo imputato

La Corte d’appello ha assolto Vincenzo Santoro, 85 anni, medico delle Ferrovie dello Stato negli anni Settanta

Si è concluso con l’assoluzione dell’ultimo imputato il processo sulle morti e le malattie legate all’esposizione all’amianto tra gli operai delle Officine grandi riparazioni (Ogr) di Torino. La Corte d’appello ha assolto Vincenzo Santoro, 85 anni, medico delle Ferrovie dello Stato negli anni Settanta, con la formula «per non avere commesso il fatto».

Tra il 1970 e il 1979, i lavoratori delle officine di corso Castelfidardo riparavano vagoni e locomotive senza adeguate protezioni dalle fibre di amianto. Secondo la ricostruzione giudiziaria, nove operai sono morti e altri sette si sono ammalati di mesotelioma. Le patologie si sono manifestate anche a distanza di decenni dall’esposizione.

Santoro era accusato di non aver sottoposto i dipendenti alle visite mediche periodiche per verificarne l’idoneità alle mansioni e di non aver collaborato con i responsabili delle Ferrovie nell’individuazione di misure per prevenire l’inalazione delle fibre. L’indagine era stata avviata circa vent’anni fa dal pubblico ministero Raffaele Guariniello. In primo grado, la pm Elisa Buffa aveva chiesto condanne fino a tre anni.

Nel procedimento erano coinvolti anche dirigenti delle Ferrovie, chiamati a rispondere della mancata tutela della salute dei dipendenti. Negli anni, le famiglie di alcune vittime hanno ottenuto risarcimenti.

Amianto alle Ogr, assolto l’ultimo imputato dopo 50 anni. Sedici lavoratori morti e nessun colpevole, resta l’amarezza delle famiglie

Condannata Fincantieri. Operaio morì per l’amianto. La sentenza è ribaltata: risarcimento milionario

In primo grado alla famiglia 115mila euro: secondo la sentenza l’uomo si era abituato a morire perché era passato tanto tempo dalla diagnosi.

Una persona a cui viene diagnosticata una malattia professionale terminale si abitua a morire, per cui soffre meno”. La malattia professionale, provocata dall’amianto, era un devastante mesotelioma pleurico diagnostico in un operaio che aveva lavorato dentro lo stabilimento Fincantieri di Ancona dalla fine degli anni ‘50 agli anni ‘70. La scoperta del male nel 2018 e la morte sopraggiunta quattro anni più tardi, nel 2022, dopo un decorso fatto di immane dolore e condizioni fisiche sempre più debilitanti. Abituarsi alla morte, una constatazione assurda, quasi grottesca, ma che si avvicina molto al senso della sentenza di I grado che il tribunale di Ancona aveva emesso nei confronti di un caso di risarcimento nei confronti della Fincantieri da parte dei familiari di un’ex motorista che aveva lavorato all’interno dell’arsenale dorico. Ieri mattina il giudice della Corte d’Appello ha completamente ribaltato la sentenza aumentando di dieci volte il risarcimento base concesso al richiedente: “Siamo riusciti, tra I e II grado, a convincere la corte che il conteggio da cui era stata ricavata la somma risarcitoria fosse fuori luogo e legata a un conteggio non corrispondente alla realtà. Presentando motivi ragionevoli – spiega l’avvocato Ludovico Berti, specializzato proprio nelle cause risarcitorie legate a malattie professionali, con particolare esperienza sul caso Fincantieri – abbiamo evidenziato come la somma corrisposta per quel decesso fosse irragionevole”.

Il tribunale di I grado aveva liquidato la morte dell’operaio anconetano, classe 1940, con 115mila euro e lo aveva fatto basandosi sul principio, stabilito da una tabella base emessa dal tribunale di Milano, che più tempo era passato dalla diagnosi di mesotelioma alla morte e minore era stata la sofferenza e il danno. Un concetto davvero particolare che, dopo la richiesta di Appello presentata dai familiari della vittima attraverso l’avvocato Berti, è stato letteralmente stravolto. In pratica, e qui sta la stranezza della prima sentenza, il risarcimento sarebbe stato superiore se l’ex motorista fosse morto prima, magari nel giro di un anno dalla diagnosi del male, e non dopo tanti anni. Nella sentenza di ieri il giudice ha riconosciuto un ammontare risarcitorio di 1 milione e 50mila euro, ma non basta. Analizzando anche il danno alla parentela dell’operaio, morto nel 2022 a quattro anni di distanza dalla diagnosi senza scampo di mesotelioma pleurico causato dall’amianto respirato in decenni di lavoro, la somma complessiva è lievitata fino a un totale di 1,8 milioni di euro. È stato tenuto in debito conto, infatti, lo stare vicino nella malattia da parte della moglie e dei figli della vittima.

Quella emessa ieri dalla Corte d’Appello è l’ultima di una serie infinita di sentenze legate ai risarcimenti che l’attuale gestione di Fincantieri deve riconoscere ai familiari di decine di operai morti dopo aver lavorato allo stabilimento di Ancona (lo stesso capita per tutti gli altri sette siti aziendali italiani). Coinvolti anche ex lavoratori delle ferrovie e di altre aziende private.

Eternit bis, reato prescritto per Schmidheiny

È la decisione pronunciata dalla Corte di Assise di Appello di Napoli, confermati risarcimenti

Reato estinto per prescrizione, ma confermate le statuizioni civili. È la decisione pronunciata oggi dalla Corte di Assise di Appello di Napoli nei confronti dell’imprenditore svizzero Stephan Ernst Schmidheiny, ex vertice del gruppo Eternit, imputato per la morte di un operaio dello stabilimento di Bagnoli, deceduto nel 2009 a causa di un mesotelioma peritoneale. Il lavoratore aveva prestato servizio nello stabilimento dal 1954 al 1985, svolgendo mansioni che comportavano una prolungata e intensa esposizione alle polveri di amianto: dallo scarico dei sacchi contenenti il minerale alle lavorazioni nei reparti tubi e torni. Dopo oltre trent’anni di esposizione, nel 2007 era arrivata la diagnosi di mesotelioma. Due anni dopo, la morte.

Una vicenda giudiziaria lunga e complessa, iniziata a Torino nell’ambito del processo Eternit bis e successivamente trasferita a Napoli. Nel 2022 la Corte di Assise aveva riconosciuto la responsabilità dell’imputato per omicidio colposo, dopo aver riqualificato l’originaria accusa di omicidio volontario, pronunciandosi anche sulle richieste risarcitorie delle parti civili. Dopo la sentenza di appello del 2024, la Cassazione, nel febbraio 2025, aveva disposto un nuovo giudizio per approfondire la motivazione sul nesso causale tra l’esposizione all’amianto e la morte del lavoratore. Oggi la Corte, presieduta dal giudice Roberto Donatiello, ha dichiarato il reato estinto per prescrizione, confermando tuttavia le statuizioni civili della sentenza di primo grado e disponendo la rifusione delle spese legali alle parti civili, tra cui l’Osservatorio Nazionale Amianto, assistito dall’avv. Flora Rose Abate.

La prescrizione non equivale a un’assoluzione nel merito. La conferma delle statuizioni civili, ai sensi dell’articolo 578 del codice di procedura penale, rappresenta un risultato significativo per le vittime e i loro familiari, perché mantiene gli effetti civili della precedente decisione nonostante l’estinzione del reato. “Il tempo ha cancellato il reato, ma non la responsabilità – commenta l’avv. Ezio Bonanni, presidente dell’ONA -. Dopo anni di battaglie giudiziarie, questa decisione rappresenta un risultato importante per la famiglia della vittima e per tutti i lavoratori di Bagnoli che hanno respirato amianto senza essere adeguatamente protetti. La prescrizione resta una ferita, perché il trascorrere del tempo non può cancellare il diritto alla giustizia. Come ONA abbiamo chiesto che la Corte si pronunciasse comunque sugli effetti civili e il dispositivo va in questa direzione. Continueremo a batterci per garantire processi in tempi certi e risarcimenti effettivi alle vittime dell’amianto”. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 90 giorni.