Amianto:Storia di un ferroviere

Amianto, dopo quarant’anni di lavoro nelle Ferrovie Vincenzo Faggiani è morto in un mese: il figlio Aldo chiede giustizia in Procura

Dopo quasi un anno dalla morte del ferroviere, appena andato in pensione, è stato presentato un esposto

Quarant’anni di lavoro nelle Ferrovie dello Stato (Fs) e un mese soltanto di tempo, dopo la diagnosi del 3 settembre 2025, per morire. L’amianto uccide, non lascia scampo: un’altra storia Torinese, fra le tante, con il caso piemontese di Casale Monferrato (Alessandria) – con i suoi 392 morti di Eternit (materiale composto da cemento e fibre di amianto) – che ha scritto la storia. L’8 ottobre 2025 Vincenzo Faggiani è deceduto a 66 anni. Oggi, 10 agosto, il figlio Aldo, sostenuto dall’Osservatorio nazionale amianto (Ona), ha presentato un esposto presso la Procura della Repubblica di Torino: vuole giustizia per il padre morto per un mesotelioma da amianto, ovvero un tumore fulminante. Aldo chiede di accertare eventuali responsabilità e richiama l’attenzione sulla necessità di tutelare tutti i lavoratori che potrebbero aver condiviso gli stessi ambienti di lavoro e gli stessi fattori di rischio. Il caso riaccende i riflettori sull’eredità dell’amianto nelle Fs e sulla tutela di chi potrebbe essere stato esposto, per anni, alle stesse ‘fibre killer’. Per l’Ona la questione da mettere al centro è sempre quella della prevenzione, della sorveglianza e della protezione di chi, nelle Ferrovie come altrove, è stato esposto all’amianto.

Storia di un ferroviere

Dopo la diagnosi, avvenuta alla fine della scorsa estate, Vincenzo ha avuto 35 giorni prima di soccombere al tumore, il quale l’ha ucciso e al contempo riportato, con dolore, a molti anni prima: il ferroviere ha lavorato tutta la vita – riportano coloro che stanno seguendo la sua storia – nelle Officine grandi riparazioni (Ogr) di Torino e poi nella rete ferroviaria piemontese. Il figlio, quest’oggi, si è presentato in Procura, assistito dall’avvocato Ezio Bonanni, inoltre presidente dell’Osservatorio. “L’obiettivo non è soltanto chiedere giustizia per la morte del padre ma verificare se altri lavoratori possano essere stati esposti agli stessi rischi e contribuire a evitare nuove tragedie. La storia di Vincenzo attraversa quasi quarant’anni di lavoro nelle Ferrovie”: dal 1979 il ferroviere torinese ha operato nelle Ogr, dove partecipava allo smontaggio dei rotabili ferroviari in ambienti nei quali la presenza di amianto è stata già accertata da numerose sentenze, e successivamente ha lavorato lungo la rete ferroviaria torinese fino al pensionamento, continuando a svolgere mansioni che, secondo la ricostruzione contenuta nell’esposto, lo hanno mantenuto esposto alla fibra dell’EternitDopo la diagnosi della malattia è stata accertato, dallo Stato, il nesso tra mesotelioma e attività lavorativa: l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (Inail) ha riconosciuto la malattia professionale con un’invalidità del 100%. “La denuncia di Aldo richiama anche il quadro già delineato dalla magistratura torinese, che negli anni ha accertato responsabilità penali per casi di esposizione all’amianto nelle Ferrovie, compresa la recente sentenza 1291/2025 del Tribunale di Torino – menziona l’Ona -. Sarà la Procura a valutare se sussistono profili di rilevanza penale e a fare piena luce su eventuali ulteriori situazioni di rischio”.

La richiesta di una giustizia

“Mio padre ha lavorato precisamente per 39 anni nelle Ferrovie – ricorda Aldo, restituendo tributo e memoria al padre – e oggi non c’è più a causa del mesotelioma. Chiediamo giustizia per lui ma soprattutto vogliamo che venga fatta piena luce su quanto accaduto, perché nessun’altra famiglia debba vivere un dolore come il nostro e perché tutti i lavoratori eventualmente esposti possano essere tutelati”. L’avvocato infine conclude: “Dietro ogni vittima dell’amianto non c’è soltanto una tragedia familiare ma un dovere collettivo di verità. La morte di Vincenzo non può essere archiviata come ‘l’ennesimo caso’. Quando una malattia professionale viene riconosciuta è doveroso verificare fino in fondo come sia potuta accadere e se altri lavoratori abbiano corso o continuino a correre gli stessi rischi. Bisogna verificare e impedire che esposizioni analoghe possano continuare a produrre nuove vittime”.